Il Coraggio della Verità – The Hate U Give di George Tillman Jr. | Recensione

Arriva in Italia il nuovo film di George Tillman Jr., tratto dall’omonimo best-seller di Angie Thomas.

Se nei primi dieci minuti di film riempi la colonna sonora con Kendrick Lamar e Kanye West, forse i più importanti commentatori della società afro-americana della contemporaneità, è chiaro fin da subito qual è il tuo obiettivo principale: fare politica.

E’ così evidente che ribadirlo a venti minuti dall’inizio, specificando l’origine del proprio titolo (The Hate U Give Litte Infants Fuck Everybody, acronimo del celebre modo di Tupac “Thug Life”), non solo è superfluo, ma rischia di far passare in secondo piano una caratteristica che invece dovrebbe essere sottolineata: e cioè che questo Il Coraggio della Verità – The Hate U Give, prima di essere un manifesto sociale, è soprattutto un gran bel film.

Adattamento dell’omonimo romanzo di Angie Thomas, talmente di rilievo per la generazione attuale da essere rimasto in cima nella classifica dei bestseller del New York Times fin dalla sua uscita (febbraio 2017), il film segna il grande ritorno al cinema impegnato di George Tillman Jr., a quattro anni dall’adattamento di Nicholas Sparks, la commedia La Risposta E’ Nelle Stelle. Qui però Tillman lascia da parte ogni patetismo di sorta per tornare alle atmosfere vigorose e soprattutto orgogliose del suo indimenticabile Men of Honor, con Cuba Gooding Jr. e Robert De Niro, traslate nell’attualità statunitense che Ryan Coogler ci ha così brutalmente descritto col suo importante film d’esordio, Prossima Fermata Fruitvale Station, e che già Kathryn Bigelow ci raccontava – chiave sci-fi – nel suo epocale e profetico Strange Days.

Protagonista del film è Starr Carter (interpretata da un’ottima Amandla Stenberg, che si fa perdonare l’orribilmente derivativo Darkest Minds), un’adolescente afroamericana che per tutta la vita ha vissuto a metà dei due mondi dell’America, quello dei neri e quello dei bianchi, e che quindi di entrambi conosce i codici comportamentali, i gerghi, i modi di vestire e gli atteggiamenti: la ragazza abita e respira la sua comunità nera di Garden Heights, ma può anche fare affidamento sulla preparazione, sui toni e anche sull’aspetto (non fisico, ma sociale) dell’educazione ricevuta nella scuola privata dove i suoi genitori hanno mandato lei e i suoi fratelli: un istituto elitario, nel quartiere Williamson, ostentatamente bianco e benestante.

Quando la incontriamo per la prima volta, nella primissima scena scritta dalla sceneggiatrice Audrey Wells, suo padre Maverick (Russell Hornsby), con la voce severa di chi non ammette repliche, le sta insegnando cosa fare se un agente di polizia ferma la macchina in cui si trovano: mani sul cruscotto, ubbidisci, fai come ti viene detto, perché qui per un afroamericano si stabilisce la differenza fra la vita e la morte.

Il film, già da qui, ha detto tutto: che l’ellissi successiva ci porti nel presente, quando Starr ha sedici anni e deve trovare il proprio posto nella società di oggi, servirà solo per mettere in scena nella pratica quello che già nella teoria il genitore ha spiegato alla figlia.

Starr è una vivace liceale che gioca nella squadra di basket della scuola, ha un ragazzo bianco, Chris (K.J. Apa), e apparentemente conduce una vita tranquilla: ma la conseguenza involontaria di abitare due ambienti sociali così diversi è la quasi totale assenza di equilibrio, che le impedisce di provare un vero senso di appartenenza in entrambi i contesti; un grave incidente, di quelli che così spesso capitano (solo) alle persone di colore e che il cinema tante volte ci ha raccontato (ma al quale la regia di Tillman conferisce la giusta tensione, senza farcelo apparire telefonato), innescherà in lei una forte presa di coscienza sociale che si dipanerà fino ad un finale sì dalla lacrima facile, ma anche tremendamente onesto.

Il film sa di essere istruttivo e vuole esserlo, quasi ne fa un vanto, ma ha soprattutto il pregio di mettere al servizio degli spettatori un esemble di insegnanti ai quali è davvero facile voler bene, i cui messaggi di riflesso si seguono con piacere: il film sfrutta tutti i suoi 133 minuti per spiegare le varie disuguaglianze e barriere che affliggono i neri americani, molto spesso negli scambi tra padre e figlia ma anche in altre sequenze piuttosto ispirate a livello visivo, che giocano sulla soggettività della realtà e di come questa possa essere influenzata dal pregiudizio (ovvero: una spazzola per capelli è una spazzola per capelli se impugnata da una ragazza bianca bionda, ma diventa una possibile arma da fuoco quando finisce in mano ad un afroamericano ventenne).

La Stenberg incarna bene questa parte difficilissima, che le chiede di essere ora un’adolescente spensierata, ora una bimba il cui sguardo traumatizzato la fa apparire più piccola dell’età suggerita dal suo corpo, o ancora viceversa quando sprigiona le sue doti da leader politico, faro-guida non solo per i suoi coetanei (ancora in tempo per diventare persone migliori) ma anche e soprattutto per gli adulti (che forse hanno visto talmente troppa realtà da trovare ormai striminziti i panni da idealisti indossati in gioventù).

Tutto il film gira intorno a lei, ma il cast di supporto non è lì solo per riempire gli sfondi delle inquadrature, con personaggi ben scritti e altrettanto interpretati da Issa Rae, Anthony Mackie, Common, il succitato Hornsby e Regina Hall, che conferisce grande dignità al ruolo della madre di Starr.

Per rispecchiare visivamente il passaggio e la differenza tra i due mondi abitati dalla ragazza, l’afro Garden Heights e il bianco-ricco Williamson, la fotografia di Mihai Malaimare Jr. li distingue con l’uso di toni caldi e quindi familiari (Garden Heights) e sfumature di blu (Williamson): le scene nella casa dei Carter sembrano invitanti, rievocano il conforto di un ambiente amorevole, mentre quelle liceali suggeriscono freddezza con luci talmente pallide che quasi sbiadiscono il colore delle pelle della protagonista.

Si tratta sicuramente di un film commerciale che si arma di messaggi evidentemente molto schietti e semplici (per quanto non semplicistici, c’è una grossa differenza), ma per lo meno ha il buon gusto di veicolarli in maniera efficace, sia a livello narrativo che soprattutto visivo.

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