Deadwood Dick – Fra il Texas e l’Inferno | Recensione

Pubblicato il 20 Febbraio 2019 alle 14:00

In Fra il Texas e l’Inferno, secondo cartonato dedicato a Deadwood Dick, scopriremo che nessuna buona azione resta impunita e che il colore della pelle – nero o giallo che sia – nel profondo sud rappresenta ancora un “problema”.

Sergio Bonelli Editore ha sicuramente fatto un colpaccio nell’assicurarsi i diritti per la trasposizione a fumetti di Deadwood Dick, personaggio creato da Joe R. Lansdale e protagonista di alcuni suoi romanzi e ispirato alla figura realmente esistita del cowboy di colore Nat Love.

Con questo personaggio – dal piglio ironico, crudo e irriverente – SBE aveva voluto senz’altro sottolineare i suoi intenti per la linea Audace prendendo cioè il genere del suo eroe “eponimo” Tex e capovolgerlo: usando una metafora cinematografica, se Tex era il western di John Ford allora Deadwood Dick era quello di Tarantino e dei fratelli Cohen.

Nel primo cartonato – intitolato Nero come la Notte, Rosso come il Sangue – avevamo fatto la conoscenza del nostro protagonista il quale, pur di sfuggire ad un linciaggio, si era arruolato fra i soldati del Nono Cavalleggeri dell’Esercito statunitense. Aveva così imparato a domare cavalli e a sopportare la vita di caserma, addestrandosi per dare la caccia agli indiani ribelli e trovandosi faccia a faccia proprio con gli Apaches con risultati drammatici e inaspettati. Finito il suo periodo di fermo, Dick si era poi congedato.

Ritroviamo Dick in questo secondo cartonato, che i raccoglie il terzo e quarto numero degli albi da edicola, intitolato Fra il Texas e l’Inferno, imbattersi nel deserto in un uomo ferito e rimasto incastrato sotto il suo cavallo. Dick lo soccorre ma il vecchio, che si fa chiamare Cramps, oltre ad avere una lingua biforcuta nasconde anche qualche segreto come ad esempio il perché è braccato da un gruppo di uomini i quali ovviamente non aspettano altro che iniziare a sparare con lui e Dick.

Mentre Dick si salva però Cramps muore e Dick si incarica di dargli degna sepoltura come gli aveva promesso giungendo così nella cittadina in decadenza di Hide & Horns. Ma un nero che seppellisce un bianco non è una cosa all’ordine del giorno soprattutto perché la guerra di secessione sembra non essere mai finita e ai neri si sono sostituiti i cinesi. Dick si troverà così ad affrontare una delle sparatorie più violente di sempre fra pistoleri dal grilletto troppo facile, prostitute cinesi e un cadavere sempre più ingombrante.

 

Maurizio Colombo fa un ottimo lavoro nell’adattare il materiale originale di Lansdale bilanciando il tono ironico e quello realistico con un plot dai connotati decisamente surreali. Tuttavia l’autore indugia un po’ troppo nella prima parte “preparatoria” con qualche digressione di troppo sui racconti passati di Dick che allentano la tensione che esplode, in maniera pazzesca ed ignorante, nel finale con la lunga sparatoria che devasta la cittadina con una dose d’azione davvero “audace”.

Colombo riesce bene a canalizzare anche quello che è un po’ il filo conduttore delle avventure di Dick ovvero lo strisciante, e mai sopito, razzismo di una America ancora in fasce eppure già pesantemente segnata da questo “modo di pensare”. Quello che invece riesce meno all’autore è tratteggiare con convinzione tutti i personaggi – alcuni vere e proprie macchiette – che compaiono nella storia.

Pasquale Frisenda si muovono nel solco della tradizione bonelliana per quanto riguarda la costruzione della tavola ed il ritmo prestando particolare attenzione al tratteggio e al dettaglio anatomico dando così un senso di vibrante crudezza alla storia pur non trascendendo in un realismo fine a sé stesso né ad un chiaroscuro troppo marcato ma preferendo mantenere una certa plasticità

Deadwood Dick – Fra il Texas e l’Inferno conferma quanto visto nei primi episodi: si tratta di una serie ironica, grottesca che rovescia gli assunti del genere così come per decenni sono stati interpretati dalla casa editrice milanese. Il risultato è divertente e dissacrante ma non riesca ancora ad affondare il proverbiale colpo, pur sotteso da premesse interessanti infatti le avventure del cowboy di colore spesso si perdono in inutili fronzoli che disperdono l’attenzione del lettore.

Il cartonato approntato da SBE è ovviamente una confezione lussuosa dalla impeccabile cura carto-tecnica ed è impreziosito da numerosi sketch e studi di Frisenda oltre ad una bella e lunga intervista allo stesso Joe R. Lansdale.

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