Dragon Ball Super: Broly | Recensione

Per il 20° film della saga, il creatore Akira Toriyama realizza una nuova storia d’origine per Broly, intrecciando la nuova caratterizzazione del personaggio alla storia già mitologica della distruzione del pianeta Vegeta.

Il 20° lungometraggio di un franchise internazionale come Dragon Ball (amato e apprezzato ormai da decenni in tutto il mondo) coincide con la prima pellicola dedicata alla serie Dragon Ball Super, saga intermedia tra Dragon Ball Z e Dragon Ball GT.

Per l’occasione, il creatore stesso Akira Toriyama decide di esplorare nuovamente il mito della distruzione del pianeta Vegeta, intrecciando ai destini dei Saiyan che ben conosciamo, Son Goku e Vegeta, quello del potente Broly, anch’esso appartenente alla fiera razza combattente che viene qui riproposto (dopo le apparizioni in  Dragon Ball Z: Il Super Saiyan della leggenda,  Dragon Ball Z: Sfida alla leggenda  Dragon Ball Z: L’irriducibile bio-combattente) migliorandone l’immagine e aggiungendo  nuove caratteristiche, sfaccettature psicologiche ed una diversa storia d’origine, inserita ora nella continuity ufficiale.

IL PRINCIPE, LA MINACCIA, IL SALVATO

La storia principale del film verte sul mito della distruzione del pianeta Vegeta, che mantiene qui le sue caratteristiche principali venendo però analizzato da una prospettiva leggermente diversa; i Saiyan, fiera razza aliena di combattenti, sono alla mercé del nuovo comandante dell’Armata Galattica, Freezer, più spietato di suo padre Re Cold. Re Vegeta, fiero comandante dei Saiyan, è costretto a mettere da parte tutto il suo orgoglio ammettendo la superiorità del suo dominatore, ma ripone grandi speranze nel suo erede, il piccolo Vegeta, dal grande potenziale combattivo latente e capace, forse un giorno, di spodestare Freezer dal ruolo di comando. Non potendosi ribellare a Freezer, Re Vegeta cerca di imporre internamente il suo potere e quando scopre che il piccolo Broly, figlio del suo sottoposto Paragus, risulta essere più potente di suo figlio, decide di spedirlo in fasce in un pianeta desolato; disperato e deluso, Paragus fuggirà alla ricerca del figlio giurando vendetta per il torto subito.

Grazie a questo allontanamento, sia Paragus che Broly sopravvivranno alla distruzione del pianeta Vegeta, così come il piccolo principe (appunto, Vegeta) e Kakaroth, salvato da un gesto d’amore del padre Bardack (unico ad avere il presentimento dell’imminente catastrofe) e mandato sull’ospitale pianeta Terra, sul quale verrà poi conosciuto come Son Goku. Ad unire i destini del principe Saiyan Vegeta, del potente e minaccioso Broly e di colui che è stato salvato dalla catastrofe, Son Goku, ci penserà immancabilmente Freezer, il cui fato è inevitabilmente legato alla razza dei Saiyan.

UNA FORZA BESTIALE

Pur non cambiando le storiche vicende della (presunta) distruzione della razza Saiyan da parte di Freezer, Toriyama ci propone una visuale parzialmente diversa dalla quale assistervi: la presunzione e l’aggressività tipica del sangue Saiyan viene incarnata dalla figura di Re Vegeta, incapace di mettere da parte l’orgoglio per il bene e la salvezza del suo popolo lasciandosi piuttosto guidare dalla frustrazione, e bilanciata poi dal gesto di speranza di Bardack, presentato come un guerriero stanco di distruggere e che, cogliendo i segni dell’imminente distruzione, decide con un gesto d’amore di donare nuovamente la vita al figlio (seppur di basso livello), sperando egli la possa vivere lontano dal campo di battaglia.

Una dolcezza di fondo nell’abbandono di Son Goku che cavalca quel tono più “leggero” tipico di Dragon Ball Super e che ritroviamo, pienamente anche nel film: continue sono le battute tra Son Goku e Vegeta (ormai pienamente un “terrestre” rispetto all’arrogante e burbero Saiyan arrivato anni or sono sulla Terra) con l‘ironia che contagia, seppur brevemente e in momenti irrilevanti alla trama, anche il cattivo di turno Freezer.

Nonostante il tema non venga sviluppato con “cupezza”, la sostanziale impalcatura del film scava a fondo del protagonista-antagonista Broly, il più potente dei Saiyan, pieno di rabbia e furia poiché cresciuto come una macchina da guerra da un padre rancoroso e vendicativo.

L’amore che spinge Son Goku (da sempre) e Vegeta (dall’unione con Bulma) a migliorarsi continuamente, anche nel combattimento, è sconosciuto a Broly: l’unico sentimento in grado di dominarlo è la rabbia e non è un caso che, nonostante la sua potenza fuori dal normale, lo stadio Saiyan a lui più vicino sia quello “incosciente” di Oozaru, seppur neppure in questa la sua interiorità riesca completamente a sfociare, compiendosi (e, di fatti, sul grande schermo non lo vediamo trasformato). In una serie di combattimenti sfrenati, realizzati impeccabilmente da un’animazione frenetica ma mai confusionaria, trascinante – anche grazie all’epica colonna sonora di sottofondo – e quasi videoludica, ben equilibrata tra classicità, semplicità e ausilio della grafica computerizzata, Broly finirà per confrontare tutto il suo potere incontrollato e a capire, probabilmente, che l’unico modo per “essere” se stessi (e anche un guerriero migliore) è quello di incanalare le proprie energie e dare uno scopo alla propria esistenza.

E se Son Goku è risultato agevolato nel comprende questa grande verità, crescendo sull’amorevole Terra, è riuscito a far redimere persino Vegeta dopo innumerevoli scontri, può riuscirci anche con Broly; il destino dei tre Saiyan, in fin dei conti, è stato legato sin dalle origini e, inevitabilmente, non può che continuare ad esserlo.

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