Il Primo Re di Matteo Rovere | Recensione

Pubblicato il 1 Febbraio 2019 alle 16:00

Il film è attualmente disponibile in tutte le sale cinematografiche italiane.

C’è un’idea di cinema solidissima alla base de Il Primo Re di Matteo Rovere, che va ben al di là del semplicistico trionfo artistico e/o di produzione che, a conti fatti, dimostra – un po’ come Il Racconto dei Racconti dell’altro Matteo, Garrone – quanto potenziale ci sia nel territorio italiano, nella sua Storia, nei suoi paesaggi fantasy e non: il massimo pregio dell’opera è infatti quello di rivolgersi ad un periodo storico tanto preciso quanto inedito (per il nostro cinema, ma non solo), che esula con facilità sia dal filone preistorico sia da quello del peplum, altrettanto reiterato: Il Primo Re sta esattamente a metà fra i due generi, prendendo un po’ dall’uno e sottraendo tanto dall’altro, riuscendo in questo modo a distinguersi.

Purtroppo però è solo l’idea che sa essere originale, e non viene mai supportata da una forma che sia altrettanto inedita: lo sguardo con cui Rovere volge la sua attenzione a questa storia mitologica è uno sguardo un po’ appannato perché già usato da altri, tantissimi altri, da Terrence Malick (The New World) a Alejandro González Iñárritu (The Revenant), da Nicolas Winding Refn (Valhalla Rising) a Mel Gibson (Apocalypto), ed è un gran peccato che la visone di un’opera che potrebbe (o meno) dimostrarsi di fondamentale importanza per la nostra industria debba essere necessariamente ridimensionata per la sua fisionomia, come un bimbo che va a giocare in un parco giochi che sia già territorio occupato da ragazzi più grandi.

Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi) sono due fratelli gemelli che vivono nella pace del loro allevamento di pecore.Travolti da un’incredibile piena del fiume Tevere vengono catturati, assieme ad altri, dai crudeli guerrieri del popolo di Alba Longa. Grazie alla loro astuzia e alla loro forza, però, riescono a fuggire assieme ad altre persone tenute in ostaggio dagli assalitori, portandosi dietro una vestale (Tania Garribba) e il Sacro Fuoco che custodisce.

Da quel momento in avanti, con Romolo gravemente ferito, dovranno lottare per la sopravvivenza, attraversando foreste oscure e affrontando feroci nemici. Ma soprattutto dovranno fare i conti con un Destino Divino che porterà i due fratelli di fronte a scelte difficili, spingendoli a confrontarsi con la forza stessa del libero arbitrio: dal loro sangue, infatti, potrebbe nascere una nuova civiltà, destinata a dare vita al più grande impero che la Storia dell’uomo ricordi.

Esclusa l’ovvio e pesantissimo fardello della propria essenza derivativa, da un punto di vista stilistico, stupisce come ogni singolo elemento de Il Primo Re sia tecnicamente perfetto. Eppure, sommati insieme, queste componenti non riescono sempre e comunque a restituire un’unità filmica che sia in grado di reggere costantemente gli oltre 120 minuti di storia, con il legame fra i due fratelli che – paradossalmente – ne esce annacquato. Dovrebbe essere il cuore pulsante del film, dovrebbe appassionare lo spettatore alla vicenda costringendolo a tenere gli occhi fisso sullo schermo, dovrebbe trainare ogni emozione e ogni sequenza, ma è vero il contrario, e cioè che sono le scene architettate in maniera impeccabile da Rovere e dal suo team a coinvolgere, mentre i due protagonisti le attraversano senza riuscire mai, coi loro drammi, a catturare l’attenzione di chi guarda.

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