Widows – Eredità Criminale di Steve McQueen | Recensione

Pubblicato il 16 Novembre 2018 alle 15:00

Arriva in Italia Widows – Eredità Criminale, nuovo film di Steve McQueen con un cast all-star che include Elizabeth Debicki, Colin Farrell, Viola Davis, Michelle Rodriguez, Liam Neeson, Jon Bernthal, Robert Duvall, Daniel Kaluuya, Carrie Coon e Cynthia Erivo.

C’è chi pur di restare fedele alla propria visione evita ogni tipo di retorica populista, come per esempio ha fatto Damien Chazelle con First Man – Il Primo Uomo glissando sull’enfatizzare la bandiera americana sulla luna e scegliendosi un soggetto che consapevolmente avrebbe lasciato la figura della donna in secondo piano (riservandole nonostante ciò un’eleganza e una delicatezza sopraffine), e poi chi invece in quella retorica populista non solo ci si tuffa con tutto il corpo, ma addirittura adora sguazzarci.

E così Steve McQueen a cinque anni dal bruttissimo e sopravvalutatissimo 12 Anni Schiavo ritorna in pompa magna con il suo primo film di genere, l’heist movie Widows – Eredità Criminale: alcuni lo hanno definito il passaggio di McQueen al commerciale ma no, è un passaggio al cinema di genere, perché McQueen è sempre stato commerciale, semplicemente vendeva la sua arte non alle masse ma ad altri interessati. E’ buffo questo film, che fa la stessa cosa di Ocean’s 8 (mostrare il riscatto delle donne e dar loro un ruolo, quello del rapinatore, che iconograficamente è sempre appartenuto agli uomini) ma che al contrario del film di Gary Ross vuole essere sempre così mesto, serioso e intellettuale, e i cui strafalcioni sono di conseguenza meno perdonabili.

E ne commette di strafalcioni il film di Steve McQueen, che buffamente in una scena mette a confronto opera d’arte con carta da parati e che fa chiedere ai reverendi perché oggigiorno la normalità viene considerata eccellenza, come se in fondo sapesse che il successo ottenuto è, chissà, un tantino esagerato. Il film infatti sembra proprio una bella carta parati che vuole per forza passare per dipinto inestimabile, un film di rapine e tradimenti che però ci parla di tutt’altro e vuole spiegarci il mondo: lo fa molto lentamente, con tantissima autoindulgenza, con inquadrature e movimenti di macchina ricercati che però non hanno alcun secondo fine allegorico se non quello di sembrare belli, con modi quasi sempre ridondante e un cast gigantesco che però per la maggior parte è sprecato e relegato a sotto-trame inutili completamente avulse da quella principale, relativa ad un gruppo di vedove che per levarsi di torno le attenzioni indesiderate di un gangster dovranno completare l’ultimo colpo dei loro ex mariti rapinatori, rimasti uccisi in uno scontro con le forze dell’ordine.

Ecco questo nel film di McQueen c’è, ma c’è anche tantissima altra roba che appiattisce il cuore dell’opera, l’elemento heist, privandolo di ogni componente adrenalinica, di ogni brivido, in pratica di ogni caratteristica del genere. Cyntia Erivo è molto meno figa di quella vista solo qualche settimana fa in 7 Sconosciuti a El Royale di Drew Goddard, Viola Davis è lontana anni luce dalla prova da Oscar che ci ha regalato in Barriere di Denzel Washington, la bravissima Carrie Coon compare in tre scene tre e poi non si capisce bene che fine faccia, Daniel Kaluuya di Scappa – Get Out fa il criminale sadico più sadico dei cattivoni dell’horror di Jordan Peele (scelta che è pure stonata col resto delle atmosfere del film, per lo più mogie e depresse) e un Liam Neeson fintissimo nella parte del maritino tutti baci e abbracci e carezze.

La protagonista, come sempre nei film di McQueen, si ritrova a dover sopportare tutti i pesi del mondo, tutte le ingiustizie, con una vita che è più simile ad un calvario di cristologica memoria piuttosto che a quella di una persona comune. Ma poi tutte le sventure vanno via all’improvviso: come il deus ex machina Brad Pitt alla fine di 12 Anni Schiavo arrivava per risolvere tutti i problemi di Solomon, in Widows ci pensa un bel cagnolino paffuto e dolcissimo a trovare indizi, innescare svolte di trama e lanciare il colpo di scena più sorprendente, che arriva oltre l’ora e mezza e un po’ ti risveglia dalla sonnolenza generale emanata dallo schermo.

L’anno scorso Guillermo Del Toro e quello prima ancora Barry Jenkins ci hanno mostrato, rispettivamente con La Forma dell’Acqua e Moonlight, che non c’è assolutamente nulla di male a costruire un film e ad assemblarlo con lo specifico obiettivo di vincere agli Oscar. Però ci si aspetterebbe che i film in questione per lo meno siano belli.

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