Red Zone – 22 Miglia di Fuoco di Peter Berg | Recensione

Pubblicato il 14 Novembre 2018 alle 15:00

Arriva in Italia Red Zone – 22 Miglia di Fuoco, nuovo film diretto da Peter Berg e con protagonista Mark Wahlberg.

E’ senza dubbio l’esempio perfetto del miglior b-movie possibile Red Zone – 22 Miglia di Fuoco di Peter Berg, quello denso e ricchissimo d’azione ma in cui tutto è scaltro, tutto è allegorico, tutto può contenere significati più alti.

Questo grande artigiano del cinema, che negli ultimi anni attraverso le sue opere ha saputo raccontare come pochi altri l’America di oggi, porta il suo sodalizio con Mark Wahlberg al quarto film consecutivo ma dopo Lone Survivor, Deepwater – Inferno sull’Oceano e Boston – Caccia all’Uomo (uno più bello dell’altro) decide di chiudere la sua trilogia sull’uomo medio negli Stati Uniti contemporanei e soprattutto abbandonare il biopic, gettandosi col coltello fra i denti in un action thriller che strizza l’occhio a John Woo e al franchise di John Wick: non solo perché l’idea di creare una saga c’è anche per il super-agente James Silva (Wahlberg), ma soprattutto per la voglia di creare un dettagliato sottobosco immaginifico che nel film di Chad Stahelski e David Leitch si riferiva alla criminalità organizzata e agli assassini a pagamento, mentre qui si rivolge alle forze speciali, ai governi e agli squadroni della morte.

Un team segreto della CIA, nome in codice Overwatch, viene dislocato solo in casi particolarmente complicati, non solo per missioni di eliminazione ma anche per questione diplomatiche: ecco quindi che i membri della squadra vengono chiamati in causa quando un poliziotto indonesiano decide di tradire il suo governo e fornire agli Stati Uniti informazioni anti-terroristiche sensibili riguardanti l’ubicazione di una pericolosissima arma batteriologica. Dalla sede dell’ambasciata bisognerà scortarlo all’aeroporto, lungo un percorso di 22 miglia attraverso la città che ben presto diventerà una vera e propria zona di guerra.

Lauren Cohan di The Walking Dead e Iko Uwais dei portentosi The Raid e The Raid 2 di Gareth Evans sono i co-protagonisti di un film molto meno Wahlberg-centrico rispetto alle precedenti opere di Berg, con John Malkovich che guida la squadra da un luogo tenuto assolutamente top secret.  C’è un gran lavoro sui luoghi, sulla localizzazione, sui teatri cittadini che si trasformano in campi di battaglia e soprattutto un discorso intelligente sul cosa sia davvero un campo di battaglia, su quanto sia sbagliato associarlo a determinate zone geografiche (in particolar modo oggi, in un mondo governato dalla tecnologia).

Al contrario di quanto accadeva in The Accountant di Gavin O’Connor, nel quale trovavamo Ben Affleck nei panni di un genio matematico con la sindrome di Asperger, qui Wahlberg è costantemente iperattivo e la sua parlantina va veloce come la bocca di un fucile mitragliatore col grilletto premuto: viene definito mentalmente instabile, cazzone bipolare, maniaco depressivo, affetto da disturbo narcisistico o disturbo dissociativo (oppure semplicemente stronzo, una delle battute più divertenti del film) e Berg gioca tantissimo sulla personalità del protagonista, portando il film al suo livello di esagitazione, montando in maniera frenetica anche le scene di dialogo e riducendo a zero i tempi morti.

Soprattutto Berg dimostra ancora una volta di comprendere in pieno il periodo storico della sua produzione e non fa mai distinzioni fra personaggi femminili e personaggi maschili, descritti in maniera assolutamente paritaria (si confondono perfino nelle docce): donne che lottano a sangue con gli uomini e uomini che spaccano le braccia delle donne, senza discriminazione o giochi delle parti. Un B-movie da petto in fuori e testa alta, il cui secondo capitolo non arriverà mai troppo presto.

 

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