Cam di Daniel Goldhaber | Recensione

Pubblicato il 18 Novembre 2018 alle 20:00

E’ disponibile su Netlix Cam, diretto da Daniel Goldhaber, primo film prodotto dalla Blumhouse e distribuito dalla compagnia di streaming on demand.

E’ particolarmente felice nell’idea ma un po’ meno nella forma Cam, prima collaborazione fra Netflix e la casa di produzione Blumhouse: scritto da Isa Mazzei e diretto da Daniel Goldhaber questo b-movie incentrato sul mondo del cam-girl aspira ad atmosfere da thriller hitchcockiano sul furto d’identità, mescolandole a situazioni surreali e parossistiche tipiche del cinema di David Lynch o della narrativa di Lewis Carroll e inserendoci elementi del nuovo filone dello screen life movies (leggi: recensione di Searching di Aneesh Chaganty), ma l’avvincente spunto narrativo di partenza si semplifica gradualmente attraverso uno svolgimento piuttosto convenzionale, non aiutato tra l’altro da una regia poco inventiva che non è in grado di sorreggere le idee di sceneggiatura.

Alice Ackerman (la Madeline Brewer di The Handmaid’s Tale) è una cam-girl, il cui lavoro consiste di trasmettere in diretta streaming, sotto lo pseudonimo di “Lola”, spettacoli velatamente pornografici (che in realtà dovrebbero essere pornografici in tutto e per tutto, ma il film non spinge mai su questo aspetto mascherandolo come può); durante le sue esibizioni un pubblico online di followers interagisce con lei, ordinandole cosa fare e versando sul suo conto delle cifre proporzionate al comando da eseguire. Questo lavoro notturno, tenuto segreto a sua madre, le consente una vita piuttosto agiata, ma il vero obiettivo di Alice/Lola è quello di raggiungere la popolarità massima nel sito e scalzare dalla vetta una certa cam-girl nota come Baby.

Ma un giorno il suo account viene bloccato: mentre cerca di scoprire come e perché sia successo, si rende conto che una ragazza identica a lei è in diretta con il suo profilo, esibendosi in nuovi show sempre più spinti e provocanti. A quel punto Alice dovrà capire chi ha sabotato il suo account e impedire che la sua replica le infanghi per sempre la reputazione.

La cosa più azzeccata e riuscita del film è sicuramente la descrizione del mondo che ci vuole raccontare, questo sottobosco online fatto di utenti luridi, nickname viscidi e soprattutto ragazze desiderose di fama. C’è una cura nel cercare spunti e idee e situazioni che ricorda un po’ quella del franchise di John Wick, con i suoi alberghi per soli assassini a pagamento, codici d’onore e parole segrete. Capiamo tutto di questo contesto, come funziona il lavoro, quali potrebbero essere le conseguenze, cosa si guadagna e a che prezzo, tutto è spiegato in maniera complessa, dettagliata e interessante. Il problema è che non si fa molto altro a parte questo, e dopo aver finito di illustrare il mondo di Alice e la trama viene innescata, quando cioè il film dovrebbe iniziare davvero, sembra che le idee finiscano all’improvviso … ed è un vero peccato, perché all’impeccabile costruzione iniziale seguono tantissime cose già viste.

In più, il mondo della pornografia online – che dovrebbe essere sporchissimo, deprecabile, perverso ed eccitante – è quasi sempre edulcorato, con maniaci sessuali che pagano per … vedere la protagonista saltellare per la stanza? Spesso si ha l’impressione che si siano dovuti raggiungere dei compromessi, che con un rated-R magari ci si sarebbe potuti spingere molto più in là nella rappresentazione grafica di sesso, squallore e violenza. Una bella citazione a The Neon Demon e qualche scena forte non bastano a trasformare questo film nel trionfo che sarebbe potuto essere.

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