Il film d’esordio di Paul Urkijo Alijo è disponibile su Netflix.

C’è tanto del cinema di Alex de la Iglesia nell’horror Errementari: Il Fabbro e il Diavolo dell’esordiente Paul Urkijo Alijo, soprattutto nella maniera in cui folklore, grottesco, fantasy e horror vengono fusi insieme da un timbro costantemente sopra le righe. E infatti il geniale regista di Bilbao questo film al giovane Alijo gliel’ha prodotto, passandogli un testimone incandescente col quale avrebbe potuto scottarsi ma che il debuttante ha saputo non solo afferrare con grazia, ma addirittura portare oltre la linea del traguardo con decisione e risolutezza.

Se avete amato El Dia de la Bestia, Ballata dell’Odio e dell’Amore e il più recente e ancor più folle Le Streghe Son Tornate allora di certo non potete lasciarvi sfuggire questo nuovo dark fantasy disponibile su Netflix: girato interamente in lingua basca, il film potrà ricordare vagamente il cinema di Guillermo Del Toro (in particolare Il Labirinto del Fauno) ma da questo differisce totalmente per tono e intenzioni.

Siamo nel 1833, la prima guerra carlista è finita da dieci anni e il nord della Spagna è talmente grigio e nebbioso da sembrare un altro mondo. Un funzionario del governo si reca nel piccolo villaggio di Avala con l’obiettivo di indagare su una misteriosa fucina in mezzo ai boschi, gestita da un enigmatico vecchio fabbro che a causa della tragica scomparsa della moglie vive come un eremita da molti anni: stando a delle voci, il vecchio nasconde nella sua umile dimora un’ingente quantità di oro, che sarebbe sufficiente a rinvigorire l’economia della popolazione di Avala.

La piccola Usue, un’orfanella che è stata adottata dalla parrocchia locale dopo che sua madre si è suicidata il giorno in cui l’ha messa al mondo, finirà nei pressi della fucina nel tentativo di recuperare la sua preziosa bambola: una volta lì, però, scoprirà un incredibile segreto sulla vera identità del fabbro.

Alijo, che ha anche collaborato alla stesura della sceneggiatura insieme ad Asier Guerricaechevarria, mette insieme un prodotto che è ben lontano dall’essere perfetto (alcuni problemi di ritmo infiacchiscono la narrazione, soprattutto nel terzo atto) ma che sicuramente notevole nella spiccata identità cinematografica che può vantare. La regia mette in risalto i tanti aspetti della produzione, tutti curati nei minimi particolari, con degli effetti pratici vecchia scuola realizzati in maniera impressionante e mostrati con orgoglio, con la consapevolezza di chi si sta cimentando in un’arte che nell’era della CGI è sempre più rara, sempre più dimenticata. Alcuni elementi ricordano il Legend di Ridley Scott e il Tenebra di Tim Curry,  c’è quella stessa inquietante goffaggine nell’uso dei costumi, quella stessa volontà di rendere l’immagine gommosa, artigianale, spacciarla per tattile attraverso il senso della vista.

Come nel cinema di de la Iglesia la commedia grottesca si fonde al folklore e al fantasy – a differenza del cinema di Del Toro, che parte da eventi storici reali – per raccontare una favola nera che arrivi al pubblico moderno restando fedele alla sua anima classica. Buone le musiche, splendida la fotografia, bravissimi gli attori: cosa si può chiedere di più ad un film che non è solo è ben concepito, ma è anche così perfettamente conscio di ciò che è?

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