Arriva in Italia il nuovo film di Drew Goddard, 7 Sconosciuti a El Royale, con Jeff Bridges, John Hamm, Dakota Johnson e Jeff Bridges.

Fa più o meno la stessa cosa che aveva fatto con l’horror in Quella Casa Nel Bosco il Drew Goddard di 7 Sconosciuti al El Royale, solo che lo fa giocando con la narrativa pulp e con quella neo-noir e di conseguenza col cinema di chi quei generi li ha fatti suoi più di chiunque altro, vale a dire Quentin Tarantino. Poco meta questa volta ma sicuramente molto più post (moderno), desideroso di schivare i cliché e pieno di ambizioni narrative, il film racchiude in poco più di due ore e venti (un po’ lunghetto a dire il vero) tutti gli stilemi di quel tipo di intrattenimento, dai personaggi pittoreschi e a dir poco sopra le righe alle hit musicali dell’epoca di riferimento (siamo alle soglie degli anni ’70), puntando tantissimo sulla caratterizzazione dei sette protagonisti promessi dal titolo.

Ogni stanza ha una sua storia, ogni specchio nasconde qualche verità (deve avere una vera e propria ossessione per gli specchi a doppio vetro, Goddard, che li aveva inseriti anche nel film precedente e che qui li inserirà nelle carni di tanti personaggi, neanche fossimo in un film di Cronenberg o di Tsukamoto) e soprattutto ogni cliente dell’El Royale cela un segreto. Anzi, perfino El Royale stesso potrebbe nascondere dei misteri al suo interno, e ogni volta che ne scopriamo uno la magistrale sceneggiatura di Goddard ci fa venire l’acquolina in bocca nell’attesa di rivelarci il successivo.

Stati Uniti, 1969. La Guerra del Vietnam infuria, JFK è morto e Richard Nixon fa i comizi in televisione dicendo che non ha alcuna intenzione di ordinare il cessate il fuoco. Padre Daniel Flynn (Jeff Bridges), Darlene Sweet (Chyntia Erivo), Laramie Seymour Sullivan (Jon Hamm) ed Emily (Dakota Johnson) si registrano contemporaneamente all’hotel El Royale, affidandosi alle cure del disattento concierge Miles (Lewis Pullman), unico membro dello staff presente nella struttura.

Di più non vogliamo dirvi, perché è chiaro fin dall’inizio che il film è impostato principalmente sulle sorprese della sceneggiatura e ogni altro elemento della trama da qui in avanti rientrerebbe nel campo dello spoiler.

La differenza sostanziale con il film d’esordio del 2008 è che qui Goddard non vuole decodificare il genere preso di mira come faceva con Quella Casa Nel Bosco (che era uno studio talmente scientifico sul cinema horror da tralasciare la componente horror stessa), non vuole comprenderne i tropi e i luoghi comuni per ribaltarli totalmente (del resto c’è chi l’ha fatto prima di lui) ma semmai divertirsi ad omaggiarli, a prendere spunto da essi per creare qualcosa di originale che sia frutto della sua visione.

Come Tarantino giocava a ricostruire la Guerra Civile Americana in The Hateful Eight, poi, Goddard col suo personale The Hateful Seven sembra voler riflettere sul senso del Sogno Americano, sul valore del tempo e del denaro e del costo di entrambi, e il ruolo che assume la fede in un mondo che sta cadendo a pezzi. Non iconoclasta come l’inimitabile opera precedente, ma comunque un altro grande ottimo pezzo d’intrattenimento.

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