Abbiamo visto in anteprima il nuovo film del regista premio Oscar Damien Chazelle, Il Primo Uomo, con protagonisti Ryan Gosling e Claire Foy.

Non è un difetto che Il Primo Uomo non sia al livello del ritmo di Whiplash o della bellezza intrinseca di La La Land, ma il fatto che si tratti comunque di uno splendido film sottolinea quanto sia grande questo giovane fenomeno del cinema americano chiamato Damien Chazelle, che firma il suo ennesimo trionfo.

Già è geniale solo l’idea alla base del concetto, quella cioè di smarcarsi dall’appellativo di regista musicale e realizzare un film che con la musica non ha niente da spartire (quando fu annunciato che avrebbe diretto un biopic su Armostrong, a tutti venne naturale pensare a Louis): ovviamente ce n’è tanta, con Justin Hurwitz che firma un’altra colonna sonora indimenticabile (addirittura, per ironia della sorte, ci verrà detto che Neil Armostrong ai tempi del college dirigeva musical) eppure è diverso il territorio cinematografico in cui ci si muove: “bisogna espandere i propri orizzonti” dirà ad un certo punto il personaggio di Jason Clarke, e allora ecco che Chazelle esce dalla sua confort zone e si butta nel dramma epico, nell’avventura, nello spazio, sulla Luna, cementando però il suo cinema commerciale riproponendo lo stesso identico tema delle due opere precedenti.

E’ un film sulla coppia Il Primo Uomo ma anche e soprattutto sul sogno, sulla potenza del sogno, sui sacrifici per realizzarlo, sulla sofferenza spesa per raggiungerlo e le lacrime e il sangue versati lungo la strada. Insieme a Ryan Gosling Chazelle il cielo lo aveva già raggiunto letteralmente e in tutti sensi in La La Land, ma adesso ha puntato alla Luna: e il loro Neil Armstrong non sarà ripreso nell’atto di piantare la bandiera americana (grande idea quella di non enfatizzare minimamente quel gesto) perché il piccolo passo dell’uomo è il grande balzo non di una nazione, ma dell’umanità, trascende i confini geografici e parla all’anima di ciascuno di noi … come il cinema di Chazelle.

Cinema di Chazelle che si aggiorna anche da un punto di vista tecnico: è il cinema classico del viaggio verso lo spazio, quello già visto nell’indimenticabile Uomini Veri di Philip Kaufman e nel bellissimo Apollo 13 di Ron Howard, un cinema fatto di individui comuni e imprese straordinarie, che però qui appare aggiornato e modernizzato, con elementi tratti dal thriller claustrofobico (Chazelle usa tantissime soggettive di Neil per far entrare lo spettatore nel suo casco, nelle strettissime cabine di pilotaggio, tante riprese a mano per farci sentire la vertigine e la nausea, la paura dell’incertezza) che minimizzano l’enfasi dello spazio, non lo spettacolarizzano mai anzi né sottolineano la pericolosità. E’ uno spazio piccolissimo quello in cui si muove il protagonista, piccolo come non si era mai visto e molto buio, totalmente nero, al punto che non si riescono a vedere neppure le stelle.

Piccolo come gli interni della casa che Neil divide con sua moglie Janet (una Claire Foy indimenticabile), buio come il periodo di vita che deve affrontare fin dall’inizio del film (arrivare sulla Luna non è la sua unica missione, mettiamola in questo modo). E’ questo rapporto che viene esaltato ne Il Primo Uomo, la quotidianità, la vita di coppia e il ruolo di padre sono aspetti della vita del protagonista che rischiano di andare in frantumi per colpa della Luna, una palla bianca che sta su nel cielo ma che si frappone davanti ad ogni altra cosa perché allo stare in salotto con la sua famiglia Neil preferisce rimanere tutte le notti in giardino a guardare col suo cannocchiale il satellite che sogna di raggiungere.

E’ un crescendo assoluto, il film, che sale e sale e sale verso la Luna, costantemente verso la Luna: la sfida è ambizioso, farci provare ansia nei confronti di una missione impossibile che noi sappiamo possibilissima perché riuscita anni fa, ma Chazelle ne è consapevole e per questo quando può sottolinea tutte le difficoltà di un viaggio che, messe a confronto le tecnologie di ieri con quelle di oggi, sembra ancora più affascinante ed estremo.

E quindi arriviamo a quel 20 luglio del 1969 dove tutta la tensione accumulata nei minuti precedenti viene rilasciata in una sequenza da brividi, che è un po’ 2001: Odissea nello Spazio nel momento di mostrare il volo delle navicelle e un po’ The Martian quando si tratta di mettere in scena il territorio extraterrestre. Ma di nuovo, il fatto che Chazelle non sgrammatichi mai dal linguaggio visivo stabilito da Stanley Kubrick nel ’68 (un anno prima del lancio dell’Apollo 11, pensate un po’) non sminuisce mai Il Primo Uomo: semmai ci ricorda quanto il cinema di oggi debba ancora a quel capolavoro immenso, che Chazelle omaggia con amore e soprattutto, a differenza di altri, con grande umiltà.

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