Mary Shelley: Un Amore Immortale di Haifaa Al Mansour | Recensione in anteprima

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Arriva in Italia il nuovo film di Haifa Al Mansour, che racconta la storia della scrittrice romantica Mary Shelley.

Nel primo atto del confuso e assai poco avvincente Mary Shelley – Un Amore Immortale, incentrato sull’adolescente britannica che agli inizi del diciannovesimo secolo avrebbe scritto il capolavoro gotico Frankenstein, o il Moderno Prometeo, c’è una scena in cui il futuro marito di lei, Percy Bysshe Shelley, interpretato da Douglas Booth (col suo insopportabile ciuffo che in ogni singola scena sembra appena stato anacronisticamente ritoccano da un hair stylist) chiede alla protagonista (Elle Fanning) cosa voglia dire il termine “significativo”. E la definizione che Mary Shelley dà della parola significativo è la seguente: “Tutto ciò che fa gelare il sangue e accelerare i battiti del cuore.”

Viene da se che è tutt’altro che significativo il nuovo film di Haifa Al Mansour, prima regista donna dell’Arabia Saudita che tanto bene aveva fatto nel suo film di debutto, La Bicicletta Verde, ma che non riesce nella difficile impresa di riconfermarsi col secondo film, questo Mary Shelley – Un Amore Immortale che è troppo scialbo e troppo anonimo nel suo modo di confrontarsi con la storia della scrittrice e della genesi del suo romanzo più celebre.

Il film mette in scena ancora una volta la fatidica notte estiva e tempestosa che ebbe luogo nel 1816 nella splendida cornice della villa sul Lago Lemano di Lord Byron e che avrebbe dato vita alla celebre storia del mostro di Frankenstein, divenuta un successo fin da subito e parte integrante della cultura popolare nel corso dei secoli.

Di adattamenti cinematografici, sia sul personaggio letterario che sulla giovane scrittrice che lo concepì, ce ne sono uno sproposito, ma forse quello che più di tutti riuscì a catturare l’aspetto gotico di quella notte a villa Byron fu Gothic del genio Ken Russell, uscito nel 1986: il film del diabolico maestro del cinema partiva da un fatto realmente accaduto (fu la Shelley stessa a raccontare che lei, suo marito Percy, il dottor Polidori, Lord Byron e le sue amanti si ritrovarono nella villa sul lago per sfidarsi a raccontare storie dell’orrore) per allestire un’opera visiva pungente, tanto macabra quanto erotica, che davvero era in grado di “far gelare il sangue e accelerare i battiti del cuore.”

Ma la Al-Mansour, insieme alla sua sceneggiatrice Emma Jensen, sembra molto più intenzionata a trasformare la giovane e fiorente eroina letteraria in una fonte ispirazione per le ragazze di oggi, raccontando in maniera semplicistica delle sue sfide contro le norme sociali e il predominio maschile. Il che andrebbe anche bene, se non fosse che quello che viene fuori assomiglia più ad una soap opera dei sessi che la passione la estingue del tutto, piuttosto che infiammarla (ci sono delle scene di sesso a dir poco imbarazzanti).

La Fanning e Booth sono straordinariamente belli da vedere nei loro abiti d’epoca (a parte la succitata acconciatura di lui, tremenda) ma la loro storia d’amore, che eppure dovrebbe essere al centro del racconto, subisce la totale mancanza di trasporto ed eccitazione cui accennavamo nel precedente paragrafo. Molto più interessanti invece Bel Powley nei panni di Claire Clairmont, la sorellastra minore di Mary, e il ribelle, vivace e pittoresco lord Byron di Tom Sturridge, col suo vestiario eccessivo, l’eyeliner stra-abusato e i suoi discorsi lascivi. Incomprensibile, poi, i casting di Joanne Froggatt (Downtown Abbey) e Maisie Williams (Il Trono di Spade), praticamente scritturate per fare il nulla.

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