Terminal di Vaughn Stein | Recensione

Pubblicato il 13 Maggio 2018 alle 20:00

Margot Robbie e Simon Pegg sono i protagonisti del film d’esordio di Vaugh Stein.

Se pensavate – come me – che la carriera di Margot Robbie dopo l’orribile Focus con Willi Smith non potesse scendere oltre i livelli già profondamente (gioco di parole) abissali di Suicide Squad di David Ayer, è solo perché Vaugh Stein non aveva ancora presentato al mondo il suo esordio alla regia, Terminal. Che, lo diciamo subito così da toglierci il pensiero, è probabilmente il film peggiore che vedrete quest’anno.

Più cartoonish style di Sin City (senza voler mancare di rispetto ai due film di Robert Rodriguez, anzi: Terminal, tra le altre coseaspirava chiaramente a quelle atmosfere lì) il film prodotto dalla Robbie (alla sua seconda esperienza come produttrice, uno straordinario buco nell’acqua che paradossalmente arriva dopo l’eccellente I, Tonya) vuole essere ogni singola cosa dell’immaginario collettivo del neo-noir, da Tarantino a Refn, da Frank Miller a I Soliti Sospetti (c’è un finale in Terminal che oscilla tristemente tra la citazione al film di Singer, il suo plagio e il ridicolo) ma non riesce ad essere nulla di tutto ciò. O meglio, è così palese ciò che mira a diventare, le fonti di ispirazione di Stein sono così evidenti, che alla fine l’opera diventa l’equivalente culinario di un polpettone. Molliccio. E cotto male. Tre giorni fa.

In un mondo notturno fatto soprattutto di interni (una tavola calda, una stazione dei treni, un appartamento, un confessionale, una fabbrica abbandonata e un night club) e skyline in campo lungo costellati da insegne al neon (c’è una fotografia allucinante e insensata, più invadente di quella usata da Storaro ne La Ruota delle Meraviglie e che conferisce al film il look di uno spot pubblicitario super glamour di 90 minuti), Margot Robbie è un’assassina a pagamento/barista/spogliarellista la cui strada si incrocia con quella di un professore di letteratura in fase terminale (Simon Pegg) e due sicari al soldo di un misterioso e potente mandante. E poi accadranno cose, lungo una struttura in quattro atti (inizio, rottura dell’equilibrio, terzo atto – in cui sembra arrivare la risoluzione finale – e poi ultimo atto, in cui succedono nuove cose prima della conclusione definitiva) molto forzata per condurre lo spettatore mano nella mano verso un finale a sorpresa che sorprenderà solo chi non ha mai visto un film noir prima di questo.

L’unica cosa in cui questo film riesce è illustrarci le passioni del buon Vaugh Stein (regista della seconda unità di World War Z che ha lavorato anche al primo Sherlock Holmes di Guy Ritchie), evidentemente nato e cresciuto a pane e Tarantino: Terminal ha tutti gli stilemi di quello specifico tipo di cinema, dai dialoghi sfrenati alla cronologia frammentata, ma piuttosto che limitarsi a trarne ispirazione (Ritchie) Stein lo scimmiotta goffamente, dalla valigetta alla bionda in cerca di vendetta, dal boss misterioso alla coppia di sicari (uno dei quali vestito come Vincent Vega). Margot Robbie, poi, che scimmiotta se stessa recitando esattamente come in Suicide Squad, è a dir poco estenuante, un’eterna Harley Quinn ma tutta in ghingheri, mai una volta in difficoltà, con quell’eterno sorriso a 332 denti che già alla terza inquadratura ti fa venir voglia di pregare affinché ti venga l’orticaria, così da avere qualcos’altro di irritante su cui concentrarti.

Di simpatico c’è un’inquadratura una (un gioco di luci in cui Margot Robbie ride e dopo il passaggio dell’ombra è subito serissima: l’unica immagine che mi ha colpito e mi è rimasta) e poi la rivisitazione in chiavo noir di Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll (opera stracitata nel corso del film), ma anche così Terminal rimane una favoletta nera che nessuno vorrà più farsi raccontare una seconda volta. E allora è facile comprendere le motivazioni del Bill (altro nome tarantiniano, anche qui legato al tema della vendetta) di Simon Pegg, che all’inizio del film troviamo intento a decidere o meno se sia il caso di buttarsi sotto un treno piuttosto che aspettare di essere ucciso dalla malattia che sta crescendo dentro di lui. Per uno spettatore con un minimo di gusto cinematografico, durante la visione del film la voglia di assecondare questo istinto suicida sarà fortissima.

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