Il Prigioniero Koreano di Kim Ki-Duk | Recensione

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Il nuovo film del maestro sud-koreano Kim Ki-Duk arriva nelle sale italiane dal 12 aprile.

Niente “cul” per Nam Chul-woo, il protagonista del nuovo film del maestro sud-koreano Kim Ki-Duk, Il Prigioniero Koreano: fra i personaggi più tragici usciti dalla filmografia di questo straordinario autore orientale, il povero pescatore nord-koreano Nam rimarrà suo malgrado invischiato in una storia molto più grande di lui e sarà tritato dall’implacabile meccanismo che alimenta il contesto culturale e socio-politico che divide e separa i due stati confinanti.

Ancora una volta Kim Ki-Duk, autore di alcuni fra i migliori capolavori del cinema orientale contemporaneo come Pietà, La Samaritana, L’Arco, L’Isola, Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, col suo cinema duro e rabbioso si dimostra capace come pochi di raccontare la società contemporanea attraverso l’esplorazione dell’animo umano, spiegando come l’identità dell’individuo venga completamente (e forse irrimediabilmente) plasmata dalla realtà sociale in cui l’individuo è immerso. E’ un discorso molto interessante e molto attuale, soprattutto considerata l’evoluzione in positivo dei rapporti fra Korea del Sud e del Nord dopo le recenti olimpiadi invernali (il film è del 2016 ma arriva in Italia poco dopo i giochi di PyeongChang).

Ryoo Seung-bum interpreta Nam Chul-woo, un pescatore che insieme alla moglie e alla figlia conduce una vita semplice in Nord Korea. Fa l’amore con la sua donna, la mattina va a pescare per sfamare sua figlia, è fedele al partito comunista di Kim Jong-il ed è amato e benvoluto da tutti, comprese le guardie armate che sorvegliano il punto di controllo nei pressi della sua umile dimora, che sorge proprio al confine con la Korea del Sud.

Un giorno, durante una battuta di pesca, la rete da pesca di Nam si incastra con le eliche del motore della barca, che va in avaria: completamente alla deriva della corrente, il povero Nam verrà spinto oltre il confine e catturato da agenti sud-koreani che sospettano di lui e lo accusano di essere una spia.

Impossibilitato a tornare a casa dalla sua famiglia, Nam dovrà resistere alla terribile disavventura e vedersela non solo coi cruenti interrogatori e i numerosi maltrattamenti, ma soprattutto con le tentazioni di un nuovo mondo e di una Korea completamente diversa rispetto a quella che lui ha conosciuto al di qua del confine.

Il genio Kim Ki-Duk (vincitore dell’Orso d’Argento a Berlino nel 2004, del premio Un Certain Regard a Cannes nel 2011, e Leone d’Argento e d’Oro a Venezia rispettivamente nel 2004 e nel 2012) ci accompagna lungo una tragica odissea kafkiana traboccante di paradossi nel corso della quale il protagonista verrà ripetutamente vessato sia nelle grigie sale riservate agli interrogatori nei palazzi del governo sud-koreano, che lo crede una spia, sia nelle coloratissime strade di questo mondo cosmopolita e capitalista che sorge soltanto a pochi chilometri dalla sua piccola casetta sul fiume nella Korea del Nord e del quale lui non aveva mai avuto esperienza prima d’ora.

Così vicini eppure così paradossalmente differenti, infatti, Korea del Sud e Korea del Nord rappresentano l’evoluzione progressista (Sud) di una società retrograda e dittatoriale (Nord) che intrappolano il protagonista in ambedue i sensi: come fosse uno dei pesci che cattura nella sua rete, Nam non sembra avere alcuna via di fuga perché impossibilitato a muoversi sia in un senso che nell’altro, accusato di spionaggio da una parte e di tradimento dall’altra, e l’unico destino possibile potrebbe essere il meno auspicabile.

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