The Titan di Lennart Ruff | Recensione

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Il film è attualmente disponibile sulla piattaforma di streaming on demand.

I Titani. Per la mitologia greca forze primigenie del cosmo generate dall’unione di Urano cielo e Gea terra. Titano, al singolare, è invece per l’astrologia il più grande satellite di Saturno (da quelle parti gravitava il Cooper di Matthew McConaughey nell’orrido finale di Interstellar), talmente grande da superare per dimensioni il pianeta Mercurio.

Tutto questo preambolo per stabilire che, da un film intitolato The Titan, era lecito aspettarsi qualcosa di molto più impressionante, di molto più titanico. Come il Titanic, invece, il film di Lennart Ruff distribuito da Netflix si schianta malamente contro l’iceberg della mediocrità e finisce con l’andare alla deriva nelle torbide acque del già visto e dell’immediatamente dimenticabile.

Siamo in un futuro non troppo lontano dal nostro presente, un futuro in cui la Terra ha visto sovrappopolazione e guerre nucleari e si trova in grave difficoltà a sostentare la razza umana e i suoi bisogni. L’obiettivo è quello di lasciarla per partire alla volta di altri pianeti, e Rick Jenssen (Sam Worthington) è un pilota dell’aeronautica militare degli Stati Uniti d’America che verrà scelto dal governo per una sperimentazione segreta: un nuovo processo di evoluzione programmata e non naturale che muterà Rick e lo trasformerà in un essere superumano, in grado di sopravvivere sulla superficie di Titano.

L’esperimento riesce, ma al costo di inquietanti effetti collaterali che rischieranno di mettere in pericolo la vita del protagonista e della sua famiglia.

Film d’esordio del regista tedesco di Mannheim, The Titan cerca in tutti i modi di mescolare il dramma con la fantascienza distopica e filosofica e il body horror in stile Cronenberg, prendendo qua e là elementi da La Mosca, dai film di esplorazione spaziale e dagli sci-fi esistenzialisti, che pongono l’uomo al centro di ogni cosa. Purtroppo, anche se non fossimo così a ridosso dell’uscita di Annientamento di Alex Garland, il film di Lennart Ruff apparirebbe comunque come un’opera fuori tempo massimo.

In più di un occasione mi ha riportato alla mente il recente The Cloverfield Paradox di Julius Onah, non tanto per la componente visiva tra il mediocre e lo sciatto (c’è anche poca inventiva nel look della creatura aliena in cui il protagonista muterà: fa pensare terribilmente e tristemente ad un clone mal riuscito degli Ingegneri di Prometheus e Alien: Covenant o al massimo ad una versione albina dell’orco di Joel Edgerton del pessimo Bright di David Ayer) quanto per il fatto di essere costruito su una sceneggiatura che perde un’ora e mezza ad imbastire una trama intrigante che però non verrà mai raccontata: in sostanza il raggiungimento del punto di massimo interesse e il finale del film coincidono, lasciando lo spettatore con parecchio amaro in bocca e soprattutto la netta sensazione che la storia che doveva essere raccontata è quella che sarebbe iniziata dopo i titoli di coda.

Del resto è un po’ il problema comune di tutte queste produzioni medio-piccole che cercano goffamente di camuffarsi da opere cinematografiche quando invece sono sostanzialmente dei film tv pensati per il salotto di casa (vedi Mute di Duncan Jones): vogliono rincorrere la maestosità del cinema, ma non riescono a reggere il confronto neppure con le migliori serie tv attualmente in onda.

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