Detroit: Become Human | Recensione PS4

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Accompagnate Kara, Markus e Connor in una avventura alla ricerca dell’uguaglianza fra esseri umani e androidi o dichiarate guerra all’intero genere umano nella nuova avventura ideata da David Cage.

Quantic Dream è lo studio francese con sede centrale a Parigi fondato da David Cage, autore unico della maggior parte dei titoli realizzati per il suo studio, incluso il recentissimo Detroit: Become Human.

Il titolo presenta grossomodo lo stesso gameplay già visto nei giochi precedenti, nel quale le scene di azione sono relegate a dei Quick Time Events e in cui sarà possibile interagire con molti elementi che fanno parte dello scenario in modo da creare una storia personalizzata in base alle scelte del giocatore.

Volendo continuare sempre con un confronto con gli altri titoli Quantic Dream, possiamo aggiungere che in Detroit: Become Human sarà possibile controllare le azioni di più personaggi, come avviene in Heavy Rain.

  • Luci e ombre

Come ci si potrebbe aspettare da un gioco nato dalla mente di David Cage, la storia alla base di Detroit: Become Human assume a tratti tinte molto fosche, senza timore di analizzare e mostrare anche gli aspetti più crudi della psiche e dei comportamenti umani. In questa nuova avventura ambientata nella Detroit del 2038, i giocatori vestiranno i panni di tre diversi androidi i quali fanno parte di una cerchia inizialmente ristretta, ma che pian piano inizierà ad ampliarsi, di robot che stanno iniziando per qualche motivo a prendere coscienza di sé e della propria condizione di schiavi nelle mani dei propri creatori, gli uomini.

Un po’ come avviene anche in Heavy Rain, anche in Detroit: Become Human i protagonisti della storia all’inizio vivranno avventure scollegate fra loro, che inizieranno a convergere nel prosieguo della storia. E come in Heavy Rain e in Beyond: Two Souls, per citare solo i due lavori precedenti più recenti di Cage, non mancheranno scene dal forte impatto emotivo, come quella che vi mostriamo nel trailer qui di seguito, che causò talmente tanto sgomento da far nascere la richiesta della rimozione della sezione dal gioco, se non la cancellazione immediata dell’intero progetto.

  • Un’opera visiva

Quando inizierete a giocare a Detroit: Become Human, la prima cosa che noterete sarà il maestoso lavoro profuso nella creazione di ambientazioni e personaggi incredibilmente realistici e visivamente sbalorditivi, grazie anche alle performance degli attori che hanno partecipato come protagonisti del gioco, grazie alla tecnica del motion capture:

  • Markus: interpretato da Jesse Williams, il dottor Jackson Avery nella serie Grey’s Anathomy;
  • Kara: interpretata da Valorie Curry, già interprete di The Twilight Saga: Breaking Dawn – Parte 2 e Blair Witch;
  • Connor: interpretato da Bryan Dechart, già presente in Law & Order: Criminal Intent e True Blood;
  • Carl Manfred: interpretato da Lance Henriksen, celebre per le sue performance, fra le altre, in Aliens – Scontro finale e Incontri ravvicinati del terzo tipo;
  • Hank Anderson: interpretato da Clancy Brown, già attore in Highlander – L’ultimo immortale e Nightmare.

La presenza di così tanti attori lascia già intendere che l’intento di Detroit: Become Human sia quello di presentarsi come una sorta di opera filmica interattiva, in maniera molto più preponderante rispetto ad altri giochi Quantic Dream, anche grazie alla scelte delle inquadrature automatiche, che a volte mettono in secondo piano la giocabilità in virtù di inquadrature visivamente più affascinanti e filmiche.

  • Here we are now, entertain us

Molti fan di David Cage attendevano carichi di aspettative e con molta trepidazione la pubblicazione di Detroit: Become Human, ma forse le aspettative erano un po’ troppo alte: il titolo, infatti, sembra non decollare mai, anche a causa di una scelta di tematiche già piuttosto abusata nella fantascienza e che non presenta particolari aggiunte originali. Il risultato finale non riesce mai a discostarsi troppo dai canoni del genere, con aspetti che ricordano fin troppo da vicino opere come Blade Runner e Io, Robot.

Anche il coinvolgimento emotivo non è così spiccato come in altri lavori di Cage, anche per il fatto che i tre protagonisti e gli androidi che gravitano intorno alle loro vicende sono coscienti della propria condizione da molto poco tempo: in maniera più che coerente con questo assioma, lo spettro emotivo degli androidi è piuttosto limitato, proprio perché questi robot hanno iniziato a provare sentimenti da troppo poco tempo.

  • Play the game

Un altro punto a sfavore del gioco è il gameplay, a cui i giocatori che conoscono lo studio Quantic Dream sono più che abituati, ma che potrebbe risultare monotono e poco soddisfacente per molti altri utenti. Iniziamo subito con il dire che è possibile selezionare il livello di difficoltà dei QTE fra Principianti ed Esperti.

Una caratteristica divertente e affascinante del menu iniziale del gioco è la presenza di Chloe, un androide al vostro servizio con cui sarà anche possibile interagire e che reagirà alle scelte che attuerete durante la vostra partita:

Detroit: Become Human è suddiviso in capitoli, alla conclusione di ognuno dei quali potrete vedere uno schema che mostra quali scelte siano state effettuate e le conseguenze delle stesse, in una ramificazione che comprende anche tutte le altre scelte possibili, in modo da poter provare a ottenere risultati differenti agendo in maniera diversa. Attenzione però, perché, proprio come avviene in Heavy Rain, alcune scelte possono portare alla morte di qualsiasi personaggio che controllate.

Detroit: Become Human presenta anche un sistema di attribuzione di punti basato proprio sulle scelte effettuate in ogni singolo capitolo, grazie ai quali è possibile sbloccare contenuti come filmati sul dietro le quinte e schizzi del gioco.

  • Conclusioni

Detroit: Become Human è un gioco visivamente più che appagante e interpretato da attori che danno una certa profondità ai personaggi, nel quale il sistema a “effetto farfalla” è molto più ricco rispetto ai giochi precedenti realizzati dallo studio Quantic Dream. Tuttavia, il titolo non spicca mai il volo, anche a causa di una storia che non presenta particolari tratti di originalità.

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