Insidious – L’Ultima Chiave di Adam Robitel | Recensione

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Arriva in Italia il nuovo film del franchise horror creato da James Wan, che insieme a Jason Blum ed Oren Peli produce il secondo lungometraggio del trentanovenne Adam Robitel.

Erano belli ai limiti dello straordinario i primi due capitoli di questa fortunatissima e soprattutto assai remunerativa saga cinematografica, Insidious (2010) e Insidious: Oltre i Confini del Male (2013), horror psicanalitici diretti da James Wan e straripanti di idee visive e simboliche fra Freud, Dario Argento, Alfred Hitchcock e fantascienza con elementi extradimensionali (idee talmente vincenti che sarebbero poi state riprese tanto da Interstellar – rapporto genitore-figlio in balia dello spazio-tempo – quanto da Stranger Things – l’upside down è praticamente l’altrove creato da Wan).

Decisamente più lineare fu invece Insidious 3 – L’Inizio, prequel della vicenda della famiglia Lambert incentrato sulla figura della medium Elise: il film, orfano di James Wan (passato in produzione), diretto dallo sceneggiatore dei due capitoli precedenti, Leigh Whannell, rappresentava un piccolo passo indietro a livello stilistico rispetto alle due produzioni precedenti (molto meno inventivo e più in linea con lo standard degli horror contemporanei), ma arricchiva la mitologia del franchise con dettagli importantissimi.

Questo quarto episodio, L’Ultima Chiave, si colloca cronologicamente fra L’Inizio e il film originale del 2010 e si pone l’obiettivo di raccontare la storia di Elise, fin dalla difficile infanzia a Five Keys, New Mexico (devo ancora decidere se ambientare The Last Key a Five Keys sia stato più geniale o stucchevole).

1953. Una giovane Elise, che sta scoprendo i suoi poteri paranormali, vive in una casa infestata insieme al fratello minore Christian, l’amorevole madre Audrey e il violento padre Gerald. Proprio a causa del severo genitore l’infanzia della protagonista è stata fra le più dure e tragiche, talmente tragica che oggi, nel 2010, Elise, ormai anziana, è ancora scossa dai terribili incubi riguardanti quei giorni.

Ma quando Ted Garza, il nuovo inquilino della vecchia casa della famiglia di Elise, chiama la celebre medium in cerca di aiuto per scacciare le presenze che dominano l’abitazione, la protagonista dovrà tornare nei luoghi del suo drammatico passato e affrontare le sue paure più terribili.

Era lecito aspettarsi un calo dopo i primi due quasi impareggiabili capitoli e un terzo film tutto sommato buono, e infatti L’Ultima Chiave è decisamente il più debole della saga … per lo meno da un punto di vista registico: se è vero che Robitel, regista del bel The Taking of Deborah Logan e sceneggiatore del bruttino Paranormal Activity: The Ghost Dimension, porta poca inventiva al franchise, ad eccezione di due scene molto riuscite (quella nel tunnel con le valigie, ben costruita a livello di suspance, e quella in cantina dal forte retrogusto sadomaso, quando il mostro-chiave si palesa per la prima volta e la ragazza in difficoltà sibila gemiti che sembrano di piacere – questa ambivalenza fra godimento e terrore è da più punti di vista la quintessenza del rapporto fra cinema horror e audience), e se è vero che la recitazione del cast lascia spesso a desiderare, è però altrettanto vero che la sceneggiatura di Whannell straripa di chiavi di lettura psicanalitici, svolte imprevedibili e tanta, tanta dolcezza.

Sarà quasi impossibile non provare empatia per la protagonista, prima bambina terrorizzata e oggi nonnina gentile, ancora profondamente terrorizzata ma sempre pronta ad affrontare quelle paure, sempre pronta a non tirarsi indietro. E tutto sommato fa piacere accompagnarla nel suo viaggio, fatto di orrori tanto metafisici quanto reali.

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