Orfani: Sam 7 – La Mossa della Torre | Recensione

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“Quando non si ha una buona ragione per vivere, si cerca un motivo decente per cui morire”.

Dopo l’annunciato, e chiacchierato, mid-season finale dello scorso settembre ecco puntuale come un orologio ritornare nelle edicole e nelle fumetterie Orfani: Sam per completare con gli ultimi 6 albi rimasti la saga ideata da Roberto Recchioni ed Emiliano Mammucari che iniziò la sua corsa nell’ormai lontano 2013.

Ci eravamo lasciati nel sesto numero – la nostra recensione qui – con un inaspettato colpo di scena: il ritorno della Juric che, dopo ben 10 anni, era ritornata a vivere grazie ad un nuovo corpo cibernetico in cui la sua mente era stata impiantata. Ma la Juric non era stata la sola a beneficiare di un nuovo corpo, anche Sam infatti era stata “salvata” da Marta La Pazza – luminare della robotica e alleata di Ringo, un clone dell’originale incaricato di ritrovare Perseo ed Andromeda per conto del governatore Garland e del generale Petrov – che l’aveva trasferita in un nuovo corpo. Nel momento in cui la Juric si era rivelata e aveva provato a impossessarsi dei bambini, il nuovo corpo di Sam era mutato rivelandosi come una perfetta macchina da combattimento che, però, non è in grado di toccare la Juric per via della sua precedente programmazione. Lo scontro era quindi terminato con con uno stallo e Sam, priva di controllo, aveva rapito i bambini e volando via.

Questo settimo albo intitolato, La Mossa della Torre, è come facilmente intuibile, incentrato sulla ricerca proprio di Perseo e Andromenda. Nessuno sa infatti dove Sam abbia nascosto i due bambini. Ringo e RR13, che hanno cercato rifugio sulla colonia lunare guidata da Cesar, sono pronti a tentare il tutto per tutti per ritrovarli, immergendosi nel Gateway, il mondo virtuale creato dalle connessioni delle menti di tutti gli Orfani, elemento ricco di potenzialità introdotto nello scorso numero che verrà sagacemente sfruttato ma in maniera molto meno scontata del previsto.

Quello che sembra una missione pericolosa ma non impossibile ben presto si trasformerà in un doppio confronto per Ringo.

Ancora una volta Roberto Recchioni e Michele Monteleone scavano a fondo in un personaggio che, all’apparenza, è solo strumentale nel quadro di vicende più ampie di lui e di portata “cosmica” eppure ne rappresenta il cuore pulsante.

Il confronto fra i due Ringo è “mediato” dall’azione incessante in uno spazio virtuale – il Gateway appunto – i cui pericoli sono dannatamente reali e al ritmo di una sparatoria e l’altra i due si scambiano uno schietto “punto di vista” sull’esistenza: “Ma è proprio il passato a dirci chi siamo” – “Ma non chi potremmo essere…”. In Orfani: Sam 7 – La Mossa della Torre viene riproposto con forza uno dei temi principali della serie ovvero quello scontro fra natura e cultura.

Il Ringo di Orfani: Sam è un personaggio affascinante perché è in ultima istanza nichilista, Agisce e reagisce alla realtà senza la zavorra di quel bagaglio di esperienze , e traumi, del Ringo originale che è d’altra parte l’eroe tragico di questa saga bloccato nel suo ruolo di burbero salvatore.

Ringo tuttavia dovrà affrontare da solo il confronto con Sam arroccata in una torre al centro del Gateway. L’iconografia della scalata – classicamente efficace – preannuncia il suddetto confronto che è giocato anche una volta sullo scontro natura/cultura con Sam bloccata dalla sua “programmazione” che le fa proteggere i due bambini ad oltranza e Ringo che le tende una mano cercando di suscitare in lei un barlume di fiducia.

Proprio quando la missione sembra essersi conclusa per il meglio però qualcosa non va… la colonia lunare non risponde più ai messaggi di Ringo!

Attraverso una iconografia riconoscibile – lo spazio virtuale, il fantasy e l’horror – i due autori riprendono con una nota più che positiva la serie consegnandoci un albo dal ritmo sostenuto e dall’impianto meta-testuale più robusto di quanto la velocità di lettura e la forte componente action lasciano intendere.

Parte grafica a 6 mani di Fabrizio Des Dorides, Federico Vicentini, Luca Maresca i quali riescono a far collimare stile simili ma riconoscibili grazie ad una costruzione della tavola sempre riposante  – mutuando soluzioni che richiamano la classica gabbia 2×3 – e concedendosi qualche soluzione più audace nella parte finale dell’albo dove il tratto è leggermente più graffiante ed i colori di Giovanna Niro diventano più crepuscolari presagio, forse, di avvenimenti funesti. Menzione d’onore anche la splendida copertina del grande Carmine Di Giandomenico probabilmente una delle più evocative di tutta la saga.

 

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