I, Tonya | Recensione

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Tra gli anni ’80 e ’90, Tonya Harding è una delle migliori pattinatrici sul ghiaccio al mondo, cresciuta tra gli abusi psicofisici di una madre aggressiva ed opprimente e poi sposata con un uomo violento. Nonostante il suo talento, Tonya non riesce a vedere riconosciuti i propri meriti a causa della sua immagine controversa. Resterà coinvolta nell’aggressione a Nancy Kerrigan, sua rivale e compagna di squadra nel team olimpico del 1994.

In una celebre scena di Watchmen, graphic novel capolavoro di Alan Moore, il Comico, super-antieroe a stelle e strisce, apre il fuoco con un fucile su una folla di manifestanti e rivoltosi. Nite Owl, vigilante mascherato moralmente integro, gli chiede: “Cosa ci è successo? Cos’è successo al sogno americano?” E il Comico gli risponde: “Si è avverato. Lo stai guardando.” Ecco, potrebbe riassumersi così la vicenda di Tonya Harding, figlia del meglio e del peggio dell’american way, una ragazza venuta dal nulla che riesce ad emergere e a diventare una campionessa ma deve sbattere la faccia contro l’ipocrisia dello star system che antepone l’immagine al talento.

Personaggio respingente, a tratti irritante nel suo autolesionismo, Tonya non è un angelo che danza sul ghiaccio, non è il prototipo dell’atleta esemplare, bensì una ragazza sboccata, fumatrice, sfacciata, anticonformista, ribelle che, nell’attuale affermazione hollywoodiana del girl power, ridefinisce la figura femminile in spregio ad una concezione idealizzata e maschilista. In tal senso, Tonya è la sfida vinta da Margot Robbie, diva australiana adorata e adorabile, svezzata da Scorsese, versatile al punto da poter passare con naturalezza dalle Harley Quinn e i Tarzan mainstream ai prodotti indie più intimisti (si veda, ad esempio, l’incompreso Z for Zachariah) spogliandosi della sua patina glamour. Basti a racchiudere tutto questo la prova metarecitativa che vede Tonya di fronte allo specchio prima dell’esibizione finale, una sequenza muta, di rara potenza cinematografica, affidata all’inquadratura fissa e alla mimica facciale dell’attrice.

Dall’altra parte dello specchio c’è il regista che non t’aspetti, l’australiano Craig Gillespie, reduce dal pessimo remake di Ammazzavampiri e da L’Ultima Tempesta, dramma bellico disneyano che non ha suscitato l’interesse di nessuno. Evidentemente più a suo agio col piccolo prodotto indipendente, Gillespie vena la vicenda di umorismo nero sfondando più volte la quarta parete, ricorre al coinvolgimento visivo della camera a mano che respira insieme agli attori ed inserisce stralci di interviste televisive reali o rimesse in scena dal cast. L’elemento sportivo è puramente funzionale, come il pugilato nel primo Rocky. Non è un film di sfide sul ghiaccio, è un biopic intimista che vira, nella seconda parte, al crime stile Coen.

La camaleontica Allison Janney prenota un Golden Globe (già vinto) e un premio Oscar fin dalla sua prima apparizione sullo schermo nel ruolo della madre di Tonya, interpretazione ancor più complessa e dal quadro psicologico sfaccettato. Sebastian Stan è il marito della protagonista, violento come non lo è mai stato nel ruolo di Winter Soldier nei film Marvel. Paul Walter Hauser è il cialtronesco complice nell’aggressione a Nancy Kerrigan che rimanda ancora al ruolo che giocano immagine e fama nel tessuto sociale.

Se non conoscete i fatti reali fin nei minimi dettagli, non rovinatevi la sorpresa prima di vedere il film. La storia è narrata dalla prospettiva di Tonya e, come dice lei stessa, “ognuno ha la sua verità”. Durante le interviste, i protagonisti se ne escono spesso con un patetico “non è colpa mia”. Al film non interessa assolvere o condannare ma fornire, attraverso i personaggi, il ritratto di un’America che “vuole qualcuno da amare e qualcuno da odiare”. Senza mezzi termini.

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