Jumanji: Benvenuti nella giungla – Recensione in anteprima

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Nel 1996, il giovane Alex riceve da suo padre il gioco da tavolo Jumanji, rinvenuto sulla spiaggia, che si trasforma magicamente nella cartuccia di un videogame. Quando Alex la utilizza, viene risucchiato nel gioco. Vent’anni dopo, quattro ragazzi del liceo vengono messi in punizione e trovano il videogioco nel seminterrato della scuola. Anche loro finiscono all’interno dell’avventura virtuale trasformati nei rispettivi avatar.

L’approccio produttivo al sequel di Jumanji non può avere lo stesso timore reverenziale che possono incutere colossi come Star Wars o Jurassic Park. Più cult che fenomeno, il primo episodio, uscito nel 1995, era nient’altro che un divertente prodotto per teenager, nobilitato dalla presenza di Robin Williams e arricchito dagli effetti visivi della ILM, ma irrilevante sul piano stilistico, come lo sono tutte le opere annaspanti dell’onesto mestierante Joe Johnston (da Rocketeer a Captain America passando per Jurassic Park 3 e The Wolfman).

Il concept originale viene qui aggiornato e ribaltato. In un esercizio meta-nostalgico, il celebre gioco da tavolo diventa una cartuccia da videogame anni ’90 e, stavolta, non sono le creature selvagge ad invadere il mondo urbano. Al contrario, un gruppo di ragazzi del New Hampshire finisce nella giungla per vivere un’avventura strutturata in modo semplicissimo, citazionista (il film poteva intitolarsi Jumanji: All’inseguimento della pietra verde) senza eccessi e imperniata sul consueto rito di passaggio adolescenziale.

Non solo i riluttanti protagonisti sono costretti a cooperare ma devono anche abitare la pelle di antitetici avatar: un nerd gracile e fifone diventa il mastodontico Dwayne Johnson, un bullo finisce nel corpo dell’impacciato Kevin Hart, una ragazzina insicura si trasforma in Karen Gillan (la Nebula di Guardiani della Galassia) versione Lara Croft e una cheerleader snob deve imparare ad usare il pene (ebbene sì) di Jack Black.

D’altronde il regista Jake Kasdan si è fatto le ossa con le R-Rated comedy (Bad Teacher, Sex Tape) e si trova più a suo agio con i dialoghi comici e le gag slapstick che con l’action vera e propria, ridotta a un paio di scazzottate e ad un inseguimento in elicottero gravato da effetti digitali che impallidiscono in confronto a quelli di vent’anni fa. A tratti sembra di assistere ad un mix tra un vanziniano Vacanze nella Giungla e un film d’avventura old-style che non ha la pretesa di essere nulla di più di uno svagato intrattenimento.

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