Il film arriverà nei cinema italiani il 30 novembre.

Il 2017 è stato l’anno dei gemelli (o doppelganger se preferite) quindi pare doveroso chiuderlo col botto: dopo i due Wolverine di Logan, gli androidi Walter e David in Alien: Covenant e i tanti doppioni visti in televisione (The Leftovers, Fargo, The Deuce, Twin Peaks) Noomi Rapace supera tutti e interpreta sette ruoli diversi, dando il volto ad una famiglia di sorelle gemelle costrette a vivere in clandestinità nel contesto di un futuro tanto prossimo quanto distopico.

Il regista norvegese Tommy Wirkola si era fatto conoscere al mondo con il suo divertentissimo delirio camp Dead Snow, che prendeva qualche elemento de La Casa di Sam Raimi (un gruppo di ragazzi rifugiati in una casetta isolata, un oggetto maledetto che una volta disturbato risveglia il male) e ci tirava dentro un branco di zombie nazisti, ma il suo debutto nel circuito hollywoodiano non era andato un granché bene (Hansel & Gretel – Cacciatori di Streghe, con Jeremy Renner e Gemma Arterton, fece qualcosa al box office ma tutto era fuorché un film riuscito).

Con Seven Sisters (What Happened to Monday in originale) Wirkola ci dimostra ancora una volta che nel cinema la differenza fra copiare e rubare spudoratamente è sostanziale, e se con la prima tecnica i risultati conducono spesso e volentieri verso un inevitabile disastro (Valerian e la Città dei Mille Pianeti) col secondo si possono ottenere buonissimi risultati. A patto di saper rubare bene.

Tommy Wirkola è decisamente uno che sa rubare bene.

Anno 2043. La sovrappopolazione è un problema molto serio, tanto quanto l’inquinamento, che è la causa di un incremento spropositato di nascite gemellari. Per questo il governo ha stabilito una legge per il controllo delle nascite e ad ogni famiglia sarà permesso avere un solo figlio: nel caso di gemelli, uno dei due verrà ibernato.

Karen Settman mette al mondo sette gemelle ma muore durante il parto. Suo padre Terrence deciderà di andare contro  la legge, salverà tutte e sette le nipotine e le prenderà in custodia. Le chiamerà coi giorni della settimana e le istruirà ad essere la stessa persona, non tanto all’interno delle mura di casa (dove ognuna delle bimbe è libera di essere se stessa) quanto all’esterno, dove potranno uscire sempre e solo una per volta, un giorno a testa, il giorno del loro nome.

Anni dopo queste signorine sono cresciute e adulte e condividono la vita di Karen Settman, il lavoro di Karen Settman, gli interessi sentimentali di Karen Settman. Un giorno, però, accadrà qualcosa alla loro sorella Lunedì, della quale si perderanno improvvisamente le tracce.

Il ribaltamento totale de I Figli degli Uomini (nel capolavoro di Cuaron non c’erano nuovi nascituri, qui ce ne sono fin troppi) diventa l’interessante questione per trattare uno dei grandi problema sociali del XXI secolo, ovvero quello della sovrappopolazione, ma se il Richmond Valentine del primo Kingsman voleva risolverlo ammazzando la maggior parte della popolazione terrestre per salvare solo l’elite della società, qui invece c’è tutto un discorso (abbozzato, ma comunque presente) sul diritto alla vita che ricorda un po’ il mai abbastanza citato Moon di Duncan Jones.

Un ottimo livello di violenza da serie b anni ’80 conferisce al film un’identità ben più precisa di quella che la Rapace dà alle sue protagoniste (tutte identiche, se non per i vestiti che indossano o le acconciature che sfoggiano), e la vera forza del film è rappresentata dalla sceneggiatura di Max Botkin e Kerry Williamson, astuta e piena di ribaltamenti. La regia di Wirkola la mette in scena con un ritmo frenetico che non concede allo spettatore il tempo per analizzare i vari passaggi più o meno ambigui o insensati.

Due buonissime ore di intrattenimento che rischiavano di essere solo mediocri, e che invece sono assolutamente consapevoli e focalizzate.  

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