Stranger Things 2: harder, better, faster, stranger

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Netflix ci riporta nella cittadina di Hawkins con la seconda stagione dello show dei Duffer Brothers.

Harder. Better. Faster. Stranger.

Magari i Daft Punk non avranno nulla a che spartire con la clamorosa hit targata Netflix, ma di sicuro il loro mantra rispecchia in pieno le ambiziose intenzioni di Matt e Ross Duffer, che con Stranger Things 2 sono tornati ad Hawkins per fare le cose ancora più in grande.

Certo, esattamente come nella prima stagione non tutto funziona alla perfezione (la storyline della sorella di Undici è tanto noiosa quanto futile, e sembra piazzata lì in vista delle prossime stagioni o, dio ce ne scampi, uno spin-off che ci si augura non veda mai la luce) ma fra demo-cani, possessioni aliene extradimensionali e Mad Max (quanto è cool il personaggio della graziosa new entry Sadie Sink) la seconda stagione della serie fa molto bene quello che ogni secondo capitolo di una saga dovrebbe fare: presenta nuove situazioni, approfondisce quelle passate e lascia le porte aperte per ciò che arriverà in futuro.

Ovviamente tutto è ancora ammantato da quella patina Amblin Entertainment che, diciamolo pure, ha sancito il successo della prima stagione, rapendo il cuore dei nostalgici per riportarlo nel bel mezzo degli anni ’80 (il primo a capire la necessità del pubblico contemporaneo di tornare a quell’epoca è stato J.J. Abrams, col suo fantastico Super 8, non a caso prodotto proprio dalla Amblin), ma la serie è molto più rievocativa che derivativa, ed è proprio questo il suo più grande punto di forza.

Ci sono ancora le cittadine di provincia, le biciclette, il gruppo di “perdenti” (se i paragoni con It si sono sprecati fin dalla prima stagione, in questa seconda alla gang di Mike e compagnia si aggiungerà anche una ragazzina dai capelli rossi in stile Beverly Marsh), i misteri e i mostri (più grandi e terribili), il romanticismo, le citazioni, le indagini, i brividi, le emozioni, ma le cose sono mescolate fra di loro in maniera impeccabile.

C’è insomma tutto quello che così tanto era piaciuto nei primi otto episodi della serie, e anche di più: come in Aliens la minaccia non solo si fa più immensa rispetto al passato, ma anche multiforme, e i nostri cari Goonies del XXI secolo questa volta saranno invischiati non solo in un’oscura avventura per la salvezza del mondo, ma soprattutto in un viaggio di formazione che li porterà alla scoperta del significato di amicizia e amore.

La sceneggiatura si concentra molto su questo aspetto: i due triangoli romantici, uno fra Nancy, Steve e Jonathan e l’altro fra Dustin, Lucas e Maxine, la relazione a distanza fra Mike e Undici, l’amicizia fraterna fra Mike e Will; tutte queste situazioni diventano banchi di prova per saggiare il carattere dei protagonisti, e mentre lo sviluppo della vicenda creerà team-up divertentissimi e inaspettati (il duo Steve e Dustin è qualcosa di fantastico) assistiamo al cambiamento di questi personaggi (notate come sia più antipatico Mike adesso, sempre arrabbiato, sempre pronto a prendersela con Maxine, proprio lui che aveva fatto inserire Undici nel loro gruppo di soli maschietti) e alla loro conseguente maturazione (sembra esserci speranza anche per Billy, interpretato dal sosia di Zac Efron Dacre Montgomery, esageratamente caricaturale per tutto il corso della stagione ma che inizierà il suo personale processo di crescita proprio alla fine).

Fra i pochi punti deboli qualche ripetizione rispetto alla scorsa stagione (che non puoi permetterti se la tua serie è basata per l’80% di storie già narrate trent’anni fa), qualche idea visiva poco efficace (disegnare mappe e seminarle in giro per il soggiorno non sarà mai una trovata migliore dell’alfabeto fatto di luci appeso alla parete) e soprattutto un brodo allungato con un episodio 7 del quale non si sentiva assolutamente la necessità.

In linea di massima, però, l’operazione nostalgia è riuscita ancora una volta e, visto che i fratelli Duffer stanno già scrivendo la sceneggiatura di Stranger Things 3, proseguirà oltre. Il rischio, a questo punto, è solo quello di non sapere quando fermarsi. O, ancora peggio, quello di non volersi fermare affatto.

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