La Battaglia dei Sessi di Jonathan Dayton e Valerie Faris | Recensione

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Emma Stone e Steve Carrell impugnano le racchette di Billie Jean King e Bobby Riggs nell’adattamento cinematografico della storica esibizione tennistica che nel 1973 cambiò per sempre il mondo dello sport.

Dopo una prolifica carriera nel mondo dei videoclip musicali, i coniugi Jonathan Dayton e Valerie Faris si sono affacciati su quello del cinema nel 2006, col successo di Little Miss Sunshine, che fu seguito nel 2012 dalla commedia romantica Ruby Sparks. Nel 2017 i due autori, che evidentemente per carburare hanno bisogno di pause molto lunghe fra un’opera e l’altra, tornano con La Battaglia dei Sessi, un film biografico/sportivo che in maniera molto intelligente e scaltra ci spiega fatti estremamente attuali raccontandoci l’America degli anni ’70.

Billie Jean King è la tennista numero due al mondo, ha 29 anni ed è una lesbica durante il periodo della rivoluzione sessuale e della nascita del movimento femminista. Bobby Riggs ha 55 anni, è un ex campione di tennis, un baro e un maschilista spudorato.

Lei è in ascesa, lui sta decadendo, ma entrambi sono in un momento decisivo della propria esistenza perché entrambi, fuori dal campo da tennis, nel privato della quotidianità, lontano dai riflettori che in quei giorni del 1973 erano puntati su di loro, stanno affrontando le sfide più importanti delle loro vite.

Insieme, i due allestiranno uno spettacolo mediatico/culturale che raggiunse oltre 90 milioni di spettatori in tutto il mondo quando si sfideranno nella seconda Battaglia dei Sessi (Riggs aveva già giocato e vinto la prima Battaglia dei Sessi contro Margaret Court), match che cambiò la storia dello sport e non solo. I due attori protagonisti, che avevano già lavorato insieme in Crazy, Stupid Love, riescono a rendere al meglio le essenze dei loro personaggi.

Emma Stone è amabile nei panni di Billie Jean, capace di esternare tutti i dubbi e le tante fragilità di questa icona femminista, che davanti alle telecamere si batteva per la parità dei diritti delle donne (in pratica, creò la WTA – Women’s Tennis Associations) e fra le mura del privato scopriva le proprie tendenze sessuali.

Dall’altra parte della rete, Steve Carrell è bravissimo a rendere comico lo sgradevole maschilismo di Riggs, che grazie al talento dell’attore fa pensare più ad un dinosauro clownesco ed eccentrico che un porco offensivo (proprio in questi giorni il tempo dei porci offensivi pare finito per sempre ad Hollywood, o quanto meno questa è la speranza).

E’ emblematico che alla regia di questo film ci sia una coppia di sposi, e l’alchimia già dimostrata in passato qui viene riproposta nella coloratissima patina dell’ambientazione anni ’70. Alchimia che si estende anche a Simon Beaufoy, sceneggiatore premio Oscar per The Millionaire, che come i registi si propone più di esplorare i personaggi e i loro ideali piuttosto che limitarsi ad inscenare una partita di tennis. Partita di tennis che, al di là della tecnica e del punteggio, ebbe come suo punto di forza il significato che assunse per milioni di persone. Proprio come questo film.

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