Blade Runner 2049 – Recensione in anteprima

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Anno 2049. La Tyrell Corp. è stata rilevata da Niander Wallace, genio delle colture che ha creato nuovi replicanti e salvato il mondo dalla carestia. L’agente K, un nuovo blade runner della polizia di Los Angeles, s’imbatte in un oscuro segreto sepolto da tempo che potrebbe gettare nel caos gli ultimi resti della civiltà. L’indagine lo porta a cercare Rick Deckard, ex-blade runner sparito nel nulla da ormai trent’anni.

Blade Runner 2049 non è il replicante del film originale. E’ il figlio. Ridley Scott è tornato ai suoi iconici franchise di fantascienza anni ’80 dirigendo i nuovi prequel di Alien con risultati controversi e limitandosi a produrre il sequel di Blade Runner. L’incombenza della regia è lasciata al talentuoso Denis Villeneuve che prosegue il suo confronto con i capolavori della fantascienza. Il suo Arrival era una riuscita rilettura di Incontri ravvicinati del terzo tipo e si parla del suo coinvolgimento con il remake del cult Dune.

Il regista canadese non indulge nel facile effetto nostalgia prendendo il pubblico alla pancia e non si limita a ripercorre sentieri rassicuranti. In puro stile Kubrick, l’immagine d’apertura del film richiama la circolarità del precedente Arrival in un filologico discorso autoriale. Poi veniamo reintrodotti nelle atmosfere della Los Angeles distopica, ancor più claustrofobica e piovosa dell’originale cui vengono affiancati scenari tipicamente post-apocalittici ed evoluti gli elementi fantatecnologici già noti.

Nel corso della produzione, gli attori del film non hanno mai recitato col chroma key ma sempre su scenografie reali e dettagliatissime di Dennis Gassner per mantenere la tangibilità artigianale del capostipite. La fotografia straniante di Roger Deakins e le musiche di Jóhann Jóhannsson, Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch, che rimandano alle sonorità alienanti di Vangelis, completano un comparto audiovisivo eccelso che merita la visione sul grande schermo.

Tutt’altro discorso sul piano narrativo. In Arrival, Villeneuve non era riuscito del tutto ad unire forma e contenuto. Qui non ci prova nemmeno. C’è una spaccatura netta tra l’estetica del film e la sceneggiatura di Hampton Fancher e Michael Green, priva dei sofismi, dei simbolismi mitologico-religiosi e dei dialoghi hard boiled del capostipite, articolata su quasi tre ore, francamente eccessive, di pellicola. E’ uno script tutto intreccio, svolto in maniera comunque lineare, che si arrende all’incapacità del pubblico mainstream di andare oltre la superficie della componente narrativa e di decodificare l’immagine. Tutto resta quindi in superficie, sfiorando qualche tematica, quali impermanenza e creazionismo, senz’alcun vero approfondimento.

I fan di Ryan Gosling ne apprezzeranno la performance nel ruolo dell’agente K, dal quale ci stacchiamo solo in un paio di occasioni. I denigratori saranno ancor più felici perché viene ammazzato di botte dall’inizio alla fine del film (e si è beccato un vero sganassone da Harrison Ford durante le riprese). Jared Leto è un leader corporativo new age (ruolo che era stato pensato per David Bowie), si prende solo due scene e resta irrisolto, probabilmente lasciato all’eventuale terzo episodio.

Sul fronte femminile, il rapporto del protagonista con la deliziosa cubana Ana de Armas rimanda ad Her di Spike Jonze diventandone, a lungo andare, la copia carbone. Sylvia Hoeks, olandese come Rutger Hauer, è la terminatrix di turno ma non si avvicina neanche lontanamente alla statura iconica dell’androide Roy Batty. Robin Wright è puramente funzionale a capo del dipartimento di polizia di Los Angeles.

Harrison Ford entra in scena ad una quarantina di minuti dalla fine del film e, volenti o nolenti, il fan service irrompe di prepotenza. I riferimenti all’originale, seppur ben integrati nella narrazione, rendono difficile tenere a bada l’effetto nostalgia. L’ambiguità di Rick Deckard, umano o androide, non è risolta, anzi, viene ulteriormente sviluppata. Il passaggio dall’origami dell’unicorno al cavallino di legno è il ponte che collega i due film.

Lo script prende una deriva prevedibile, gli archi narrativi hanno un epilogo scontato e non si giunge al climax che ci si aspetta. Dimenticatevi il monologo di Rutger Hauer alla fine del film dell’82. In alcun momento del sequel si giunge ad una sequenza altrettanto potente. La necessità di strutturare un racconto per portare avanti il franchise vince sull’esigenza di dire qualcosa di nuovo sul piano fantascientifico ed è un film che resta davvero autoriale solo sul versante stilistico. Le lacrime nella pioggia sono sempre toccanti ma, stavolta, abbiamo visto cose che noi umani potremmo anche dimenticare.

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