Baby è il giovane ed abile autista di una gang di rapinatori che vive ascoltando perennemente musica in seguito ad un incidente nel quale perse i suoi genitori. Quando Baby s’innamora della cameriera Debora, decide di cambiar vita ma è costretto a prendere parte ad un ultimo colpo.

Alla fine Edgar Wright è riuscito a fare il suo heist movie. Il regista inglese avrebbe dovuto dirigere Ant-Man per i Marvel Studios che era, in fin dei conti, un heist con un supereroe, ma ha lasciato il progetto suo malgrado per divergenze creative (tendenza abbastanza in voga di questi tempi nelle produzioni disneyane). Anche il protagonista di Baby Driver ha una sorta di superpotere, al contempo dono e maledizione, ottenuto in seguito ad un tragico incidente proprio come i supereroi della Casa delle Idee. Baby deve vivere costantemente con la musica nelle orecchie ed è proprio questo, forse, a renderlo capace di guidare in modo formidabile.

Dimenticatevi i toni demenziali ed eccentrici della trilogia del Cornetto o dello stilizzatissimo cinecomic Scott Pilgrim vs. the World, venati di un umorismo tipicamente anglosassone. Stavolta Wright si cimenta con un autentico neoclassico che rifà il verso alle action-comedy e ai teen movie statunitensi anni ’80 basandosi su tre elementi fondamentali.

Il primo è appunto la colonna sonora, ricca di brani vintage, un’anima musicale che accosta il film a Guardiani della Galassia. Wright è infatti rimasto costantemente in contatto con l’amico e collega James Gunn, regista della space opera Marvel, per assicurarsi di non inserire le stesse canzoni nei rispettivi film. In Baby Driver è la musica a dettare i tempi della regia e del montaggio a partire dal divertente piano sequenza durante i titoli di testa.

Il secondo elemento è il cast. Nei film precedenti, Wright ha lavorato con attori misconosciuti o stelle emergenti. Qui si trova a gestire nomi di prima grandezza e lo fa con ottimo equilibrio. L’unico a non essere ancora una star assoluta (ma lo diventerà prestissimo) è proprio il protagonista, Ansel Elgort, già beniamino del pubblico teen (The Divergent, Colpa delle stelle). Alcuni dei comprimari tornano su terreni a loro congeniali: il mastermind Kevin Spacey (I soliti sospetti, Superman Returns), la cenerentola Lily James, il nichilista Jon Bernthal (The Punisher) che poi sparisce passando il testimone a Jamie Foxx (Django Unchained), e la bad girl Eiza Gonzalez (Dal tramonto all’alba – La serie) che amoreggia con un vendicativo Jon Hamm (Mad Men).

Anche se i dialoghi tra i personaggi sono esilaranti, Wright tenta il più possibile di lasciare spazio ad immagini e musica. Accattivante, in tal senso, il rapporto dicotomico tra il protagonista tutto ritmo e il padre adottivo sordo con dialoghi affidati alla gestualità e alla mimica corporea.

Terzo ingrediente sono gli inseguimenti stradali, girati in maniera tradizionale, con stunt, effetti pratici e poca cgi, lontani dalle esagerazioni di un Fast & Furious. E’ la componente action di un film dalla struttura semplice e lineare che sfreccia verso un lieto fine come se ne trovavano solo nei film di vent’anni fa.

Wright si conforma così all’attuale ventata di nostalgia ed effettua il grande salto verso l’aspirante blockbuster a stelle e strisce ma mantiene una propria riconoscibile cifra stilistica e consegna al pubblico un alto piccolo grande cult.

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