Wonder Woman come Il Cavaliere Oscuro di Nolan: una nuova svolta nel mondo dei cinecomics?

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Gal Gadot tornerà nei panni di Wonder Woman in Justice League, in uscita a novembre 2017.

Il film di Patty Jenkins si è dimostrato un successo senza precedenti per DC Entertainment e Warner Bros, infrangendo record di incasso a destra e a sinistra e raggiungendo lo status di cinecomic con maggior tenuta al botteghino a distanza di molte settimane dalla sua uscita.

Mentre scrivo queste parole, Wonder Woman è ancora disponibile in quasi tremila cinema statunitensi – quindi le cifre dell’incasso dovrebbero aumentare ancora – ma il film, che ha superato Harry Potter e i Doni della Morte II, è già diventato il terzo maggior incasso di sempre per Warner Bros, dietro solo a Il Cavaliere Oscuro Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno. 

La chiave di questo incredibile successo è una sola: la lungimiranza della Warner.

Chiamiamola pure Wonder Warner, perché la compagnia di Burbank è riuscita a battere sul tempo la concorrenza (che era partita anni prima, e quindi era avvantaggiata) e ha scritto la storia del cinema.

Se c’è una cosa indiscutibile riguardo al nuovo film del DC Extended Universe, infatti, è proprio la sua importanza storica: finalmente, nel 2017 (dopo quasi vent’anni di cinecomic) arriva il primo film di supereroi con una protagonista femminile, per giunta diretto da una donna.

(E si, so cosa state pensando, ma no: Elektra e Catwoman, francamente, non contano).

Se è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare, allora bisogna dare alla Warner e alla DC quel che è della Warner e della DC, perché sono state in grado di vedere il potenziale rappresentato dal gentil sesso per far breccia nella cultura di massa. Già in Suicide Squad, film pieno di difetti, si metteva in risalto come non mai la figura femminile (la Harley Quinn di Margot Robbie è entrata prepotentemente nell’immaginario collettivo) dando anche alle bambine e alla adolescenti la possibilità di rispecchiarsi in un’eroina cinematografica. Il fatto che siano già in produzione titoli come Batgirl e Gotham City Sirens la dice lunga sulla direzione che la Warner vuole intraprendere.

La Marvel avrebbe potuto anticipare i rivali e tagliare per prima questo importante traguardo (da quanto tempo il mondo sta aspettando un film sulla Vedova Nera?) ma si è dimostrata poco coraggiosa da questo punto di vista.

Detto questo, il film non è esente da difetti (l’inizio è confuso a livello di sceneggiatura, infiacchito da un montaggio ancora più confuso, e la fine è gestita male dalla Jenkins, che inevitabilmente denota la sua inesperienza coi blockbuster) e di sicuro non è il miglior film di supereroi mai fatto come decantato dai colleghi d’oltreoceano (che si sono un po’ lasciati trasportare dall’entusiasmo di questa rivoluzione femminile). Eppure, coi suoi piccoli difetti, Wonder Woman rimane non solo un grandissimo film (divertente, frizzante e soprattutto emozionante come pochi, forse in certi momenti come nessun altro), ma addirittura importantissimo a livello sociale.

Inoltre, il film di Patty Jenkins ha stabilito un prima e un dopo nel mondo dei cinecomics: d’ora in avanti, i film di supereroi non possono più accontentarsi di mostrare protagonisti con superpoteri impressionanti e storie d’origini tutte simili le une con le altre; dovranno essere film impegnati a livello emotivo e vantare una chiara personalità artistica che a) non fa mai male, e b), ancora più importante, permette di distinguere un film da un altro.

E’ quello che ha fatto Spider-Man: Homecoming, del resto. I fan più accaniti dei Marvel Studios hanno detestato il film perché non rispecchia in nessun modo i canoni dell’Universo Cinematografico Marvel, ma noi della critica lo abbiamo amato perché è a tutti gli effetti un ottimo film sull’adolescenza mascherato da film di supereroi. Così come Wonder Woman è un film sull’amore e sulla guerra infarcito di elementi fantasy/mitologici e supereroistici. Così come Logan è un western crepuscolare on the road con automobili e artigli di adamantio al posto di cavalli e pistole.

E’ questo quello che i film di supereroi devono imparare a fare. Celare l’elemento superomistico dietro la maschera di un determinato genere cinematografico. A quel punto sarà più facile notare la loro valenza artistica, dimenticandosi dell’impressione che si tratti esclusivamente di macchine trita soldi.

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