Spider-Man: Homecoming – Il miglior film del Marvel Cinematic Universe?

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Da qualche giorno in programmazione nei cinema di tutto il mondo, Spider-Man: Homecoming sta strappando consensi tanto di critica quanto di pubblico. Alcuni l’hanno definito il miglior film su Spider-Man, altri lo hanno eletto miglior film del Marvel Universe cinematografico. La verità è che …

La verità è che Spider-Man: Homecoming non è il miglior film del Marvel Cinematic Universe, però si avvicina molto al gradino più alto del podio (e il podio non glielo toglie nessuno).

Parte del merito va a Kevin Feige e ad Amy Pascal, che hanno saputo coordinarsi perfettamente per soddisfare tanto le necessità dei Marvel Studios quanto quelle di Sony: sesto film sul Tessiragnatele in quindici anni, dopo i tre di Raimi e i due del reboot tentato da Marc Webb (che avevano dei bei pregi, ma anche tantissimi difetti); per la Sony non era facile azzerare di nuovo la storia di Spider-Man e dare il là ad un secondo reboot, inserendolo addirittura in un contesto così ampio e stratificato come quello del MCU, e un film stand-alone rappresentava una sfida ben più ardua di un cameo in Captain America: Civil War (che però era stato utile per stabilire le fondamenta della nuova iterazione del personaggio).

D’altro canto, uno dei (tanti) punti di forza di Homecoming, che tra l’altro lo contraddistingue dalle due precedenti versioni dello Spider-Man Sony, è proprio l’universo condiviso all’interno del quale Spider-Man (anzi, Spidey, nomignolo più adatto che mai) si muove e volteggia.

Il fatto che quello del film sia un mondo di supereroi, un mondo in cui Peter Parker non è nient’altro che l’ultimo arrivato (per giunta quindicenne) è l’intelligente premessa dalla quale si stratifica l’intero film: Spider-Man è un adolescente impetuoso, pieno di grinta e desideroso di dimostrare ai grandi (gli Avengers in generale, Tony Stark in particolare) di che pasta è fatto.

Tom Holland sprizza tutta l’energia adolescenziale di cui questo Peter Parker liceale ha bisogno (dimenticate poi il Peter Parker piagnucoloso di Tobey Maguire e quello strafigo/rock ‘n’ roll di Andrew Garfield), e là dove Winter Soldier mescolava supereroismo e thriller politico, là dove Guardiani della Galassia miscelava la space-opera agli eroi in costume, Spider-Man: Homecoming amalgama il genere supereroi al teen movie puro e semplice. E dobbiamo ringraziare Jon Watts per questo.

Dopo il divertente horror Clown e il buonissimo Cop Car con Kevin Bacon, il giovane regista del Colorado (classe ’81) si è lanciato con coraggio in una produzione ad altissimo budget (175 milioni, ma ad Hollywood non hanno paura di affidare questi super-progetti a bravi registi indipendenti: pensate a Matt Reeves) nonostante la relativa inesperienza. Ma la grande trovata di Watts è stata proprio quella di trattare questo enorme kolossal targato Marvel come un film a basso budget.

Spider-Man: Homecoming funziona sotto ogni aspetto perché è un film su Peter Parker, non su Spider-Man, e funzionerebbe anche se fosse intitolato solo “Homecoming” e di supereroi non ci fosse neanche l’ombra: è un film piccolo sui problemi dell’età dell’adolescenza, un film che conosce la sua dimensione e ne fa un vanto, una cifra autoriale, un film il cui obiettivo è quello di tenere i piedi per terra (è questo il mantra che Tony Stark cercherà di trasmettere a Peter) narrando non una storia di supereroi invincibili e infallibili, ma un racconto di formazione dickensiano (che deve molto all’Ultimate Spider-Man di Brian Bendis).

Spesso spiritoso, a volte intelligente e adultissimo (due battute mirabili sui nativi americani e sullo schiavismo, quella sullo schiavismo in particolare è forse la più matura di tutti e sedici i film MCU), questo amichevole film di quartiere si basa su una solidissima sceneggiatura (anche se si dà per scontato che tutti conoscano le origini di Spider-Man) che alterna l’introspezione all’azione, cita tanto i cinecomic quanto il cinema di John Hughes (con inquadrature che sembrano la copia-carbone di scene di Spider-Man 2 e Una Pazza Giornata di Vacanza) e presenta più di un colpo di scena.

Il film azzecca perfino il cattivo: se la pochezza dei villain, spesso macchiettistici, è uno dei punti deboli più comuni e reiterati nei cinecomics, l’Avvoltoio di Michael Keaton (che ha evidentemente una passione per gli uccelli, visto che dopo essere stato il supereroe/attore in Birdman, anche in Spotlight aveva a che fare con gli uccelli – questa è una battuta, e anche bruttina) è uno dei personaggi meglio scritti dell’intero Marvel Universe, e forse il miglior cattivo dai tempi del Joker di Ledger: un “average Joe” della classe operaia che, stufo marcio dei poteri aristocratici, intraprende una personalissima crociata non per governare il mondo, non per vendicarsi degli Avengers, ma per portare il pane a casa e arrivare a fine mese.

Attualissimo, inventivo e azzeccatissimo.

Il finale a sorpresa poi promette grossi cambiamenti nello status quo di Peter, e il sequel (ma io non ne voglio solo uno, io voglio una serie alla Harry Potter in cui ogni film è un nuovo anno scolastico) presenterà dinamiche inedite in casa Parker, che nessuno dei precedenti film ha sviluppato (forse Webb ci sarebbe arrivato in un eventuale The Amazing Spider-Man 3, ma non lo sapremo mai). 

Watts continua ad innovare Peter Parker. E Peter Parker ne beneficia come non mai. 

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