Il papà di Dio: dramma di una famiglia divina | Recensione

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Dopo “Gli Scarabocchi” e “Pala Rossa e Palla Blu”, Maicol&Mirco propongono una storia a fumetti inedita, incentrata su tre personaggi d’eccezione: il papà di Dio, Dio e il suo amico immaginario Satana.

Cosa succede quando il cinismo e la satira dissacrante degli Scarabocchi di Maicol&Mirco incontrano il Cristianesimo? “Il papà di Dio”, ecco quello che succede: una graphic novel che nella mole ricorda una Bibbia e nella copertina un libro scritto dal Papa… Ma, ovviamente, è ben altro!

Quello che non ci si potrebbe aspettare, invece, è che la nuova creatura di Maicol&Mirco (duo dietro il quale si nasconde il “solo” Michael Rocchetti) non è una critica irriverente o una cinica satira nei confronti della religione e, nello specifico, del Cristianesimo: figure come Dio, Satana, il papà di Dio e lo zio di Dio non sono tanto personaggi biblici quanto membri di una famiglia divina nei nomi, ma terrena nei comportamenti e nei conflitti.

Questi “conflitti” si ritrovano nel rapporto tra il papà di Dio, creatore di tutte le cose nella loro perfezione, e suo figlio Dio, “ambasciatore” della nuova generazione, che non fa che aggiungere malattie e altre nefandezze al mondo imperfetto (il nostro) che ha creato “senza andare a scuola”. Quello di Dio non è quindi un atto creativo, ma solo una serie di errori? A farlo riflettere su questo punto (e a far riflettere anche il lettore) è Satana, prima creatura di Dio (primo errore?) e suo amico immaginario.

“Il papà di Dio”, di fatto, è una lettura a più livelli: può essere effettivamente interpretata come “presa in giro” della religione, ma anche come il viaggio di un ragazzo (Dio) verso l’età adulta, come l’evoluzione di un difficile rapporto padre/figlio, ma anche come un testo di paradossale metafisica dove Satana è l’amico immaginario di Dio e l’atto creativo nasce essenzialmente da un errore.

La religione, quindi, è lo spunto iniziale per tessere una trama più complicata di quello che potrebbe sembrare: e anche i disegni di Maicol&Mirco seguono lo stesso concetto. Il segno è portato alla sintesi estrema, ma non per questo è privo di contenuti: anzi.

“Il papà di Dio” è impostato all’interno di un palcoscenico minimal dove ogni inquadratura fissa ha un suo significato e la ripetitività sta alla base del ritmo della narrazione: non è “spreco di carta”, ma una scelta precisa che già era stata affrontata in “Palla Rossa e Palla Blu” e che segna il passaggio da un pensiero all’azione dei personaggi. Senza quei silenzi, senza quelle pagine ripetute, la “battuta finale” non avrebbe lo stesso significato.

“Il papà di Dio” è, in sintesi, una graphic novel completa che veicola contenuti “spessi” con tratti essenziali, raccontando il confronto generazionale con puri momenti di poesia, tanta satira (ammorbidita, rispetto a quella degli “Scarabocchi”) e una scrittura veloce, ma non per questo imponderata.

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