The Bye Bye Man – Recensione

Pubblicato il 25 Aprile 2017 alle 23:45

Elliot, la sua fidanzata Sasha e il loro amico John sono tre studenti universitari che si trasferiscono in una casa fuori dal campus. Nell’abitazione iniziano a verificarsi strani eventi, a cominciare dalla ripetuta apparizione di un misteriosa moneta. In seguito ad una seduta spiritica, Sasha si ammala, i ragazzi sono preda di terribili allucinazioni e vengono perseguitati da una figura incappucciata il cui nome non si può pensare né pronunciare: il Bye Bye Man.

Una leggenda urbana, riportata dallo scrittore Robert Damon Schneck nel racconto The Bridge to Body Island, narra che il Bye Bye Man era un albino cieco, nato in Louisiana nel 1920, che fuggì dall’orfanotrofio e vagabondò in treno per gli Stati Uniti commettendo numerosi omicidi. Dettaglio raccapricciante, l’uomo cuciva gli occhi e le lingue delle sue vittime sul corpo del suo fido cane Gloomsinger.

Nel trasporre la storia sullo schermo, la regista Stacy Title e lo sceneggiatore Jonathan Penner non si sono seduti sul fascino della “storia tratta da fatti reali” ma hanno reso il Bye Bye Man la metafora di un’ossessione, un tarlo che s’insinua nella mente, il seme del dubbio che attecchisce e dà i suoi insani frutti portando alla follia. In questo caso si tratta della gelosia e dei sospetti di tradimento nel triangolo composto dai tre protagonisti.

Se il concept è interessante, il prologo è ancor più accattivante. La regista parte da un’immagine che fotografa la quieta esistenza della middle-class americana, una casa con giardino, un uomo ordinario con un gilet di lana e un paio d’occhiali, e la sconvolge con un piano sequenza dettato da un’esplosione di follia omicida.

Poi il titolo del film compare sullo schermo e, da quel momento in avanti, tutto crolla nel consueto minestrone di cliché da horror adolescenziale gravato dal PG-13. Come se non bastasse la dinamica trita e ritrita dei protagonisti che vanno a vivere nella casa in cui sono avvenuti fatti di sangue, si aggiungono sterili jumpscares, la seduta spiritica messa su da una stramboide che può essere presa sul serio soltanto in un film, un paio di sequenze cruente dirette e montate malissimo oltre che rovinate da effetti digitali di quart’ordine e dialoghi inattendibili come quelli con Carrie-Anne Moss (Matrix), qui nel ruolo di una detective, e la grande Faye Dunaway ridotta al luogo comune di un’inquietante vedova.

Il finale è quello giusto. La tragica evoluzione nell’arco narrativo dei protagonisti è coraggioso e non lascia scampo, nessuna via di salvezza. C’è anche un momento splatter forse poco adatto al PG-13. La discesa all’inferno si compie fino in fondo senza alcuna assoluzione e l’ossessione è pronta ad attecchire altrove. Ma tra un prologo ed un epilogo adeguati, c’è un film inerte che non riesce proprio ad insinuarsi sotto la pelle del pubblico. Non ci sarà il rischio di “dirlo e di pensarlo” perché ce lo dimenticheremo in fretta.

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