Dylan Dog n. 367: La ninna nanna dell’ultima notte – Recensione in anteprima

Pubblicato il 28 Marzo 2017 alle 15:26

Un gruppo di inquietanti bambini s’intrufolano nella casa del piccolo Sam in piena notte. Il bambino sparisce nel nulla e la madre resta uccisa. La psicologa infantile Domitilla Foster scopre che Sam è solo l’ultimo di una serie di bambini scomparsi, accomunati da uno stesso amico immaginario. La donna si rivolge allora a Dylan Dog per cercare di risolvere il mistero.

Barbara Baraldi conosce i meccanismi del terrore e Corrado Roi sa come innescarli. La ninna nanna dell’ultima notte è una storia che fa paura e dimostra come, percorrendo con buon mestiere ed inventiva gli stilemi collaudati della serie, non si rischia di scadere nel manierismo ma si può creare ancora un prodotto solido.

La storia si apre con il prologo più classico, una sequenza ad effetto che introduce subito nell’incubo del mese. Roi fa sfoggio di tutti gli espedienti necessari per suscitare inquietudine e tensione. Giochi di luce e ombra, bambini disturbanti che emergono dall’oscurità trafiggendo il lettore con folli occhi sgranati, deformazione prospettica attraverso cui sono filtrati corridoi claustrofobici, il consueto mix di suggestioni tra cinema espressionista tedesco e gotico al quale ci ha abituato il disegnatore.

L’amico immaginario che accomuna i bambini scomparsi è una motivazione solida per trascinare Dylan all’interno della vicenda. La caratterizzazione di Domitilla e la sua entrata in scena sono deliziosamente surreali variando sulle consuete dinamiche tra l’indagatore dell’incubo e la bella cliente di turno.

La sceneggiatura procede con gran ritmo senza arenarsi in dialoghi soporiferi e offrendo momenti ludici di horror che mescolano, come nella più genuina tradizione della serie, svariate citazioni tra cui la più evidente può essere Il villaggio dei dannati. Tra l’altro, la ninna nanna sulla notte in apertura dell’albo fa rima con la celebre poesia sulla morte di Tiziano Sclavi.

Lo sviluppo drammaturgico, tuttavia, denota ancora alcune incertezze che la sceneggiatrice aveva già mostrato nelle due prove precedenti sulla serie regolare. L’indagine di Dylan è a dir poco minimalista, il suo quinto senso e mezzo fa il minimo sindacale risolvendo un puzzle composto da due pezzi. L’amicizia tra Dylan e il vecchio Markus è una coincidenza pretestuosa e si dimostra anche inutile poiché i due si sarebbero comunque incontrati durante l’indagine. Piuttosto irritante il pistolotto retorico, addirittura poetico, di Rania nell’incontro tra le autorità e i cittadini.

La vicenda costituisce una riflessione sull’importanza delle storie, il loro valore propedeutico e la responsabilità dei narratori in tal senso. Il racconto di Markus assume valenza metanarrativa, una storia nella storia, cristallizzata in un contesto fiabesco e fuori dal tempo. Gli adulti mostrano tutto il loro lato più grottesco e respingente, genitori disfunzionali, bersaglio della sanguinosa legge del contrappasso rappresentata dai bambini malvagi, figli di fiabe oscure catalizzate negli archetipici burattini ammassati da Roi in una disturbante vignettona.

Le attrazioni del luna park abbandonato Fearland divengono un volto deforme e mostruoso nella copertina di Gigi Cavenago e fanno da sfondo al finale della vicenda, metafora della corruzione di un mondo fantastico per l’infanzia. Una volta tanto, Dylan si spoglia del suo ruolo di antieroe entrando in un intreccio di mondi fiabeschi in veste di cavaliere senza macchia. Come si conviene ad ogni buon horror, l’epilogo lascia un ammonitore strascico d’incubo che giace sottopelle in qualunque lieto fine favolistico.

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