Recensione – La Legge della Notte

Pubblicato il 3 Marzo 2017 alle 15:10

Il quarto film da regista di Ben Affleck mostra i pregi dei precedenti lavori, ma è troppo stanco per raggiungerne il fascino e la qualità.

Sono passati esattamente dieci anni da quando Ben Affleck decise di mettersi dietro la macchina da presa. Con Gone Baby Gone segnò l’inizio di un trittico di opere che avrebbero mostrato il suo occhio per il gusto, il ritmo e lo stile.

Tutto in crescendo, con The Town e poi con Argo, il fuori campo che sancì il definitivo valore di questa nuova carriera facendolo trionfare agli Oscar (miglior film, sceneggiatura e montaggio).

Quindi è naturale approcciarsi al suo quarto lavoro, La Legge della Notte, tratto dall’omonimo romanzo di Dennis Lehane, con un piacevole e solleticante formicolio di anticipazione e curiosità.

Purtroppo però le cose non sono andate bene come in passato: il film è un chiaro omaggio di Affleck al pulp classico, ma non è il caso di scomodare nessuna pietra miliare del genere per fare paragoni.

Joe Coughlin è un soldato tornato dalla Prima Guerra Mondiale che si guadagna da vivere con piccole rapine. Non vuole essere un gangster, ma il destino e qualche tradimento gli forzeranno la mano.

Trasferitosi a Tampa Bay per gestire l’attività di contrabbando di liquori di un potente padrino, cercherà in tutti i modi di restare fedele a se stesso provando a dirottare i suoi traffici verso la legalità.

L’ambivalenza di Joe – un gangster boy scout – è la principale contraddizione di questo contraddittorio noir, molto elegante nella messa in scena ma blando nel ritmo e con pochissimo pathos.

Ogni cosa si concentra sull’elegante, intelligente e risoluto Joe, che però non riesce mai a fare quel definitivo passo in avanti per scioccare il pubblico o portarlo dalla propria parte. Non prende mai una posizione, che sia un modo o in un altro, e per tutto il tempo non sapremo se ammirarlo o temerlo.

Come se non bastasse, questo protagonista poco carismatico ruba la scena a degli interessantissimi personaggi secondari, ai quali rimane pochissimo tempo per brillare: Chris Cooper è uno sceriffo fiero e pieno di conflitti, Elle Fanning la sua splendida figlia dall’anima spezzata, e Zoe Saldana l’amante cubana di Joe.

Se per il personaggio della Saldana il ruolo qui è puramente decorativo (a differenza del romanzo, dove la caratterizzazione di Graciela è molto più approfondita), si vede la volontà di Affleck di parlarci dello sceriffo e di sua figlia, fondamentali per alcuni passaggi chiave della trama, ma inspiegabilmente il discorso su entrambi non viene approfondito e lasciato molto superficiale, concedendo a Cooper e alla Fanning una sola scena di spessore ciascuno (nelle quali, neanche a dirlo, entrambi ci mostrano di che pasta sono fatti).

La trama procede con pigrizia, più per ineluttabile inerzia che per slancio, arrivando stancamente all’ultimo atto e a un deludente anti-climax per il quale, non avendo empatizzato coi protagonisti, di certo non ci danneremo l’anima.

L’indiscutibile abilità di Affleck alla regia si vede nelle sequenze d’azione, magistralmente filmate, dal ritmo deciso e realistico, e dall’eleganza formale della messa in scena: dai movimenti di camera alle scenografie eleganti, senza dimenticare la fotografia di Robert Richardson, la cui palette monocromatica sfuma da fredda a calda, marcando il passaggio da Boston a Tampa Bay.

La Legge della Notte rappresenta due ore di apprezzabile intrattenimento, privo però del mordente necessario a renderlo memorabile.  Un mezzo passo falso di una carriera invidiabile. Ma ehi, è successo praticamente a tutti, quindi su con la vita, Ben. Ti vogliamo bene. La prossima volta andrà meglio di certo.

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