Jackie – Recensione

Pubblicato il 1 Marzo 2017 alle 23:41

Nei quattro giorni successivi all’omicidio del Presidente Kennedy, la First Lady Jacqueline dà prova di grande forza e determinazione restando fedele alla sua figura istituzionale e proteggendo l’immagine pubblica della sua famiglia. Mentre si occupa di allestire il funerale del marito, Jackie si prende cura dei suoi figli, decide con coraggio di non nascondersi, nonostante il rischio per la sua sicurezza, e deve affrontare dilemmi morali e una crisi di fede.

E’ tutt’altro che un’agiografia il ritratto di Jackie Kennedy realizzato dal cileno Pablo Larrain. E’ una donna respingente, distaccata, vanitosa ed ossessionata dal controllo della propria immagine quella interpretata con rara intensità da Natalie Portman, che la macchina da presa non abbandona neanche per un istante, proprio come ne Il Cigno Nero di Aronofsky, che valse l’Oscar all’attrice. E, curiosamente, doveva essere proprio Aronofsky a dirigere Jackie con l’ex-moglie Rachel Weisz nel ruolo della protagonista.

Il film parte dall’intervista che la first lady rilasciò al magazine Life nel 1963. Jacqueline rimprovera il giornalista del magazine (Billy Crudup, Watchmen e il prossimo The Flash), e con esso l’intero sistema mediatico, di ricercare in maniera cinica i dettagli più morbosi della terribile vicenda che l’ha travolta. E, proprio in quel momento, in maniera quasi beffarda, parte il flashback che ricostruisce quei quattro giorni che hanno sconvolto il mondo, tanto per tirare uno schiaffo in faccia al pubblico. Siete venuti a vedere la testa di Kennedy scoperchiata dal proiettile sparato da Lee Harvey Oswald? Sarete accontentati. Ma non sarà quello il momento del film che vi resterà impresso nella memoria.

Il musical Camelot, amato da Kennedy, è la metafora di un mondo ideale, così come la moglie Jacqueline si sforzava di interpretare il ruolo rassicurante e stereotipato dell’angelo del focolare nel contesto dell’illusorio american dream anni ’60 che l’omicidio del marito contribuì a far svanire. La destrutturazione dell’immagine pubblica della donna ne fa emergere i lati più spigolosi, proponendo una figura più in linea con la moderna esaltazione del girl power.

La fragilità, la solitudine e i dubbi della protagonista, evocati dagli archi taglienti diretti da Mica Levi, emergono nei dialoghi con Robert Kennedy (Peter Sarsgaard, Lanterna Verde), che vertono maggiormente sulla politica, in quelli più intimi con la segretaria Nancy Tuckerman (Greta Gerwig) e in quelli spirituali e filosofici con padre McSorley, il compianto John Hurt.

Il confronto dicotomico tra il personaggio mediatico e la sua vita privata passa attraverso lo stile registico di Larrain che propone campi lunghi con inquadrature statiche per i momenti istituzionali passando a riprese ravvicinate con la handycam che respira insieme alla protagonista nelle sequenze più intimiste. In tal senso, la riproduzione di una trasmissione televisiva nella quale Jackie raccontava la sua vita alla Casa Bianca risultando totalmente dissonante nell’atteggiamento rispetto alla sua reale indole si rivela un riuscito esercizio metacinematografico che sintetizza tutta l’opera.

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