In LA TERRA DEI FIGLI Gipi è insolito e spiazzante [Recensione]

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Gipi ci trasporta in un mondo desolato dove la fine del mondo è ormai passata, lasciandosi dietro i relitti dell’umanità.

Dimentichiamoci per un attimo del Gipi dei romanzi a fumetti autobiografici, dove le sue ansie e la sua vita divengono tema per il percorso narrativo. Dimentichiamoci il Gipi degli acquerelli che, con le loro macchie cromatiche, afferrano il lettore trasportandolo direttamente dentro la tavola.

Quello de La Terra Dei Figli è un Gipi minimalista nel tratto e impegnato a dare alla storia una vera e propria trama in cui i personaggi restano ingabbiati, incapaci di agire al di là del proprio essere così deliziosamente definiti in scarni e semplici dialoghi.

Già dalle prime pagine intuiamo di trovarci in un qualche futuro dove qualcosa ha riportato l’umanità a una sorta di preistoria post-industriale, dove il cibo scarseggia, i cani sono prede e il baratto l’unico modo di procurarsi beni di prima necessità.

Siamo in un mondo dove i morti non vanno toccati, perché tossici, e dove un padre cresce i suoi due figli in maniera dura e rigida, imponendogli una serie di parole proibite (come “amano”) perché siano forti abbastanza per il mondo in cui dovranno vivere.

E sono proprio questi due figli, di cui l’autore tiene per sé i nomi, i protagonisti della vicenda. Cresciuti quasi come selvaggi nella palude che chiamano “casa”, a contatto solo con una manciata di altri uomini e di una donna (chiamata “La Strega”) che abitano i dintorni come bizzarri personaggi di una grottesca commedia.terra_figli_gipi_01

E’ uno, fondamentalmente, il motore che fa muovere la storia: la sete di conoscenza, intesa anche come il senso di insoddisfazione che il figlio più piccolo prova costantemente. Incapace di accettare che il mondo sia tutto lì, sfida l’autorità paterna prima, e pericoli mortali poi pur di sapere e, come ogni adolescente, andare contro i dettami del genitore.

I disegni di Gipi si soffermano molto sui volti dei personaggi, tratteggiandone finemente i dubbi e gli stati d’animo con pochi e semplici segni, che accoppiati ai dialoghi ridotti all’osso fanno scorrere le oltre 280 pagine del volume quasi senza accorgersene.

Tutto ciò senza inficiare la trama con buchi di sceneggiatura o forzature, ma dando a ogni scena il giusto momento e la giusta durata, soffermandosi su quanto di importante Gipi cerca di comunicare e scorrendo rapido su quello che è solo un contesto abbozzato (la fine del mondo).

Interessante poi la critica sociale che si annida nello scorrere della storia, dove l’autore trova spazio per creare una nuova religione dove “like” e gattini messi in una scatola (quasi fossero un video virale preso da YouTube) decidono il fato di chi è diverso al grido di “Agli intrusi diversi si darà morte per bastone”, e dove l’analfabetismo della popolazione rende Gran Sacerdote chiunque sia in grado di leggere (o forse inventare) le regole dal libro del Dio Fiko.la-terra-dei-figli

Merita una menzione anche la confezione realizzata dalla Coconino Press. Un volume cartonato con rilegatura a filo e bianche e spesse pagine interne che bene fanno risaltare i fini tratti dei disegni. Nota dolente, forse, la totale mancanza di qualsivoglia apparato redazionale che introduca il lettore alla storia.

Ma forse anche questo è funzionale alla trama, contribuendo a creare nei lettori quel senso di straniamento dovuto al trovarsi improvvisamente catapultati in una realtà totalmente diversa e inaspettata, costringendoci già dalle prime pagine a una sospensione dell’incredulità indispensabile per il pieno godimento del volume.

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