Recensione – Knight of Cups, il nuovo film di Terrence Malick con Christian Bale

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Arriva in Italia il nuovo film del visionario regista dell’Illinois, qui con un cast d’eccezione e all’ennesima collaborazione col direttore della fotografia tre volte premio Oscar Emmanuel Lubezki.

Dopo il prestigioso esordio con Badlands nel 1973, il riflessivo Terrence Malick girò soli due film in venticinque anni, I Giorni del Cielo (1978) e La Sottile Linea Rossa (1998). The New World arrivò nel 2005, quasi ad inaugurare quella che per il regista sarebbe stata una nuova giovinezza creativa: dal 2011 ad oggi, infatti, Malick ha inanellato una serie consecutiva di produzioni, seguendo il frenetico ritmo di un fornaio alle prime luci dell’alba.

The Tree of Life (2011) e il suo seguito spirituale, To the Wonder (2012), Knight of Cups (che arriva oggi in Italia ma che è una produzione del 2015), Voyage of Time (2016), e altri due film in cantiere, il primo dei quali (Weightless, con un altro cast all-star, da Ryan Gosling a Benicio del Toro) previsto per il 2017.

Cosa è successo a Terrence Malick? E’ impazzito? E’ forse caduto in preda ad un delirio di onnipotenza? Vuole trasformare il suo particolarissimo cinema d’autore in un genere a se stante, il “genere Malick”, fruibile esclusivamente dai Malick-fan?

Chissà.

Fatto sta che con Knight of Cup abbiamo l’ennesima prova che la quantità non è sinonimo di qualità. The Tree of Life ha probabilmente rappresentato l’apice di una carriera leggendaria, che adesso sta iniziando un po’ a mostrare il fianco all’età commettendo l’ingrato errore di ripetersi costantemente, anzi di riciclarsi, che è pure peggio.

Intendiamoci. Io sono pienamente d’accordo con Roger Ebert (che definì Malick come un regista in grado di girare esclusivamente capolavori), ma fino a quanto si può arrivare a fare cinema senza fare film? Perché i film dovrebbero raccontare una storia e il cinema di Malick non sembra mirare a questo: crea flussi di coscienza filosofici e spirituali, sicuramente ermetici, esperienze sensoriali (Lubezki aiuta molto in questo, e Malick, che di certo non è stupido, lo sa benissimo) che vanno al di là della trama. O meglio, vanno così al di là della trama, che arrivano a non avere affatto una trama.

Di cosa parla Knight of Cup? Di uno sceneggiatore di Hollywood in piena crisi di coscienza: donnaiolo, apatico, circondato dal lusso (che però non lo attrae) e con problemi in famiglia. Per lo meno questo si evince dalle immagini che scorrono sullo schermo.

E il fante di coppe che dà il titolo al film, il pellegrino  (lo straniero in terra straniera, come si definisce) è un Christian Bale che rivive i momenti più significativi della sua vita, suddivisa in capitoli, con ogni capitolo che si concentra sulla relazione del personaggio principale con un’altra persona. Suo fratello, le sue molte donne, i suoi amici, suo padre … tutti sono accostati a delle particolari carte del mazzo dei tarocchi, come a dirci che la lussuosa vita del protagonista è finzione, è solo apparenza, è un tarocco.

E la più-o-meno-velata-critica alla Hollywood contemporanea è anche interessante, ma sarebbe stata ancora più interessante se inserita all’interno di un plot ben organizzato e strutturato.

Gli attori che hanno preso parte al film non hanno mai letto la sceneggiatura completa, e in nove settimane di riprese nessuno ha mai saputo di cosa parlasse il film: si muovevano secondo le indicazioni di Malick, spesso improvvisavano, recitando i monologhi che gli venivano consegnati. E questo guardando il film lo si capisce al volo (e probabilmente una sceneggiatura completa non c’è mai stata, chissà).

I conflitti del microcosmo familiare così elegantemente narrati in The Tree of Life o i problemi relazionali di coppia analizzati in To the Wonder qui sono completamente tralasciati in favore di tutti gli elementi chiave della cinematografia di Malick: ritmi geologici, poetici voice-over, attori spaesati e persi in questi flussi infiniti di incantevoli immagini splendidamente illustrate da Lubezki che ti fanno dire: “Beh, almeno visivamente è bello.”

E’ un film molto oscuro, molto cupo, che però non fa altro che mostrarci ora l’ennesima conquista del personaggio di Bale, ora il lusso di un nuovo hotel, un bel tramonto, o il deserto, oppure le onde dell’oceano. E avanti così, per un’ora e cinquantotto minuti.

Descrive anche una bellezza molto artificiale e pretestuosa, che contrariamente agli ultimi tre lungometraggi ha davvero poco a che fare con la natura. Mentre in The New World e gli altri due film già citati Lubezki si abbassava per fotografare dal basso verso l’alto le cime degli alberi delle foreste, qui lo fa per immortalare gli alberi delle barche a vela, o le cosce di splendide donne che parlano al telefono affacciate al balcone completamente nude, non curanti del mondo intorno alla loro Torre d’Avorio.

Non è una bellezza reale, non è il nostro mondo, e probabilmente non è neanche il mondo del protagonista, che osserva tutto con lo sguardo estatico di una trota bollita chiaramente stanca di vivere e che risale la corrente per inerzia. Un po’ come tutto il film.

Se vogliamo parlare di opera d’arte, il discorso è un altro: il cinema di Malick non ha bisogno del linguaggio, è un cinema dell’estasi, dello spirito, che trascende plot, protagonisti e dialoghi. Ma il riciclare se stessi è quanto di più commerciale si possa fare nel campo dell’arte, e continuando così l’unica cosa che distinguerà i grandi franchise del momento con questo pseudo cinema d’autore saranno i miliardi che i primi incasseranno, lasciando i secondi a tasche vuote.

Pensateci: c’è il brand Marvel, c’è il brand DC, c’è Nicolas Winding Refn, che ha fatto del suo stile una griffe e che firma i suoi film col marchio NWR … e ora c’è Malick, col suo genere un po’ sinfonico e poetico ma fintamente autoriale, perché un autore non finisce col riproporre sempre la stessa cosa. Guardate Refn.

Sarebbe molto più onesto organizzare una mostra fotografica di Emmanuel Lubezki lasciando invadere la galleria d’arte dalle note soffuse di una bella melodia rilassante, no?

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