Recensione – La Ragazza del Treno

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Arriva nelle sale italiane il thriller tratto dal best-seller di Paula Hawkins.

Nel 2015 l’autrice britannica Paula Hawkins pubblica The Girl on the Train, un mystery-thriller che tra narratori in prima persona bugiardi, depressione e ogni stereotipo di sorta finisce col diventare un best-seller mondiale grazie ad un intreccio narrativo piuttosto avvincente.

Inutile sottolineare le difficoltà di portare su schermo un racconto popolato da questa troika di protagoniste, che per la maggior parte del tempo nel romanzo si scambiavano il ruolo di narratrici. Il regista Tate Taylor accetta la sfida giocandosela attraverso tantissimi primi piani, puntando la cinepresa sui volti delle sue tre attrici protagoniste, scrutando i loro occhi, i loro sguardi, quasi che volesse arrivare ad osservare le loro anime.

Tutte anime nere, beninteso.

Padrona della scena è senza dubbio Emily Blunt, che interpreta Rachel, la protagonista principale. Una volta era sposata con Tom (il sempreverde Justin Theroux, reduce dalle nomination e dai premi ricevuti per il lavoro nella serie tv The Leftovers), che però adesso è sposato con Anna (Rebecca Ferguson), con la quale ha una figlia.

Rachel è una depressa, Rachel è un’ubriacona, Rachel è una bugiarda. Rachel è una stalker, perché non fa che riempire di chiamate il suo ex marito, e forse è anche violenta, quando beve, il che avviene praticamente ogni giorno. Forse, però, perché la maggior parte delle volte, quando si ubriaca, finisce col dimenticarsi dov’è stata o cosa ha fatto.

Emily Blunt si mostra più bella e brava che mai davanti alla cinepresa di Taylor, con gli occhi gonfi e il viso arrossato per l’alcool, le labbra screpolate e i capelli sporchi, le lacrime e il muco, l’odio e la paura. Se verso gennaio dovesse arrivare una nomination, nessuno ne rimarrebbe scandalizzato.

E’ un totale disastro, la sua Rachel, che è pure disoccupata e ogni mattina si sveglia e sale sul treno che la porterà in città, dove potrà continuare ad ubriacarsi fingendo che vada tutto bene. E’ talmente un disastro che, viaggiando su questo treno mese dopo mese, ha sviluppato una sorta di ossessione per Megan (Haley Bennet, vista di recente nel remake de I Magnifici 7 di Fuqua e che, non so voi, ma per me è praticamente la sorella gemella separata alla nascita di Jennifer Lawrence), ragazza che abita a poche case di distanza da quella di Tom e Anna, e che vive la storia d’amore che tutte le donne vorrebbero vivere.

Forse.

E forse un giorno Rachel vede qualcosa, da quel treno, forse vede qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. E poi si sveglia a casa sua, insanguinata e con un vuoto di memoria. E la polizia dice che Megan è scomparsa dalla circolazione

The Girl on the Train è un film sul passato, su come riesce a ridurci, ma anche su quanto l’amore sia in grado di devastarci. E’ un film sull’alcolismo, ed è un film sul rischio di diventare ciò che gli altri dicono di noi, dimenticando chi siamo davvero.

Nonostante ci sia un regista uomo a dirigere il tutto, The Girl on the Train è un film di donne sulle donne: il soggetto è tratto dal romanzo di una donna, la sceneggiatura è di Erin Cressida Wilson (Secretary, Chloe) e la fotografia affidata alle sapienti mani di Charlotte Bruus Christensen (Il Sospetto). E si, magari non ha l’eleganza di un thriller sulle donne alla David Fincher (il paragone con Gone Girl e/o Uomini che Odiano le Donne è scomodo ma doveroso), ma il film funziona sotto diversi aspetti e soprattutto mantiene sempre alta la tensione (cosa fondamentale per un thriller, ma paradossalmente è in questo che molti thriller falliscono).

Il mistero di Rachel e di ciò che ha visto quella notte vortica su se stesso e si attorciglia come facevano i corridoi dell’Overlook Hotel, e i problemi d’alcolismo della protagonista la rendono una narratrice poco affidabile di fronte agli spettatori. Un po’ come accadeva per il Leonard Shelby di Memento, ma in questo film l’inquietudine è ancora maggiore, perché è molto più facile relazionarcisi: del resto, chiunque può ottenebrare la propria mente e arrivare a dubitare di se stesso, vivendo la vita sul fondo di una bottiglia.

 

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