Il nuovo film di Gavin O’Connor fa il suo debutto (in concorso) al Festival del Cinema di Roma, fra tante risate ma applausi poco convinti.

Dopo il pessimo western Jane Got a Gun con Natalie Portman, Gavin O’Connor con The Accountant era chiamato a ripetere la buona prova di Warrior, con Tom Hardy, film ormai del lontanissimo 2011 che nel suo piccolo aveva avuto qualcosa da dire.

Lì la tematica dei contrasti che possono nascere nel microcosmo familiare era costretta all’interno dell’ottagono della MMA, dentro il quale, a suon di pugni, infuriava il conflitto fraterno fra i due protagonisti, che si risolveva nella finalissima del torneo di arti marziali miste.

Con il thriller The Accountant O’Connor ritorna su quello che è evidentemente un argomento a lui caro, che però viene lasciato in sospeso per tutto il film preferendo puntare tutto su un colpo di scena finale sensazionalistico, ma non troppo.

Non troppo perché O’Connor si diverte a lasciare qua e là qualche indizio che potrebbe risultare abbastanza evidente per i più smaliziati (la spada laser di Luke Skywalker, richiamo/citazione ad un celeberrimo colpo di scena tanto simile a quello di questo film, o un determinato personaggio su cui non ci viene fatto sapere più niente, da un certo punto in avanti, e che per forza di cose in qualche modo dovrà tornare), rovinando la sorpresa finale ma non il divertimento.

Ben Affleck è Christian Wolff, un genio matematico autistico che è un incrocio fra il Raymond Babbitt di Dustin Hoffman nell’indimenticabile Rain Man di Barry Levinson, Rambo e Mark Zuckerberg: distaccato, quasi apatico, mono-espressivo e per questo assolutamente divertente.

Funziona benissimo il duetto con Anna Kendrick, qui nei panni di Dana Cummings, e proprio intorno ai due personaggi si svilupperanno le scene più interessanti della pellicola, che può essere descritta come un’insalata mista fra l’umorismo di The Nice Guys e il pragmatismo di Jason Bourne. 

Forse è l’appassionato di fumetti che è in me a parlare, ma ho visto parecchi riferimenti al DC Universe inseriti più o meno di traverso dal regista: a parte Ben Affleck/Batman, per un attimo vediamo comparire una copia originale di Action Comics #1, albo del 1938 che vide l’esordio di Superman nel mondo dei comics; e ancora la filastrocca di Solomon Grundy, uno dei più celebri ed inquietanti nemici di Batman, che il personaggio di Ben Affleck ripete in situazioni di stress emotivo; e per finire come non citare un J.K. Simmons che sembra qui fare le prove generali per il Commissario Gordon, ruolo nel quale debutterà in Justice League di Zack Snyder (il film, tra l’altro, è distribuito dalla Warner Bros.)

Affleck e Simmons condividono una sola scena nel film di O’Connor (per altro un flashback) ma per il resto il personaggio dell’attore premio Oscar per Whiplash, Ray King, è completamente avulso dalla trama principale, per non dire inutile. Stessa sorte per la sua sottoposta, Marybeth Medina (interpretata anche bene da Cynthia Addai-Robinson, famosa soprattutto per la serie tv Spartacus), che indaga e indaga ma che alla fine non arriva da nessuna parte.

In pratica, se in fase di montaggio le scene con J.K. Simmons e la Addai-Robinson fossero andate perse da qualche parte chissà dove, nessuno se ne sarebbe accorto in sala.

La scena è praticamente rubata da Ben Affleck e dal suo misterioso personaggio, impacciato quando si tratta di relazionarsi con gli altri ma brutale in combattimento.

Io adoro Ben Affleck, stimo il Ben Affleck regista e simpatizzo per il Ben Affleck attore, se fossi una donna probabilmente sarei innamorata di Ben Affleck, quindi non me ne voglia se reputo la sua quasi totale inespressività a dir poco ideale per l’interpretazione di un autistico con svariati problemi emotivi e psichici.  Il suo casting è veramente azzeccato, e lui riesce a trasformare i propri limiti attoriali in punti di forza (i suoi mezzi sorrisi sghembi non hanno mai fatto ridere come in questo film).

Jon Bernthal si spartisce con Affleck i siparietti semi-comici della pellicola (altro indizio che punta verso la rivelazione finale, l’atteggiamento così diverso ma in fondo simile di due personaggi forse diversi, ma forse no) smorzando il ritmo non proprio al cardiopalma di questo thriller-non-thriller che intriga (poco) e diverte (molto).

Il direttore della fotografia due volte candidato all’Oscar (per Atonement nel 2007 e Anna Karenina nel 2012) Seamus McGarvey aiuta con alcuni azzeccati giochi di luce e molte composizioni eleganti una buona regia, anche se non sempre ispirata: qualche inciampo in cliché triti e ritriti e tecniche antiche come il neolitico che fanno capolino di tanto in tanto, ma in generale c’è un netto miglioramento rispetto a quella palla di fieno mossa dal vento che era Jane Got a Gun.

Il finale del film può dividere: se non lo intuite a circa a metà della pellicola potrebbe sorprendervi in entrambi i sensi (questo è soggettivo), ma è comunque oggettivamente in linea con l’atmosfera seria-ma-non-troppo di questo thriller-non-thriller, e soprattutto con la preponderanza al facile lieto fine un po’ buonista che (eccetto forse per Pride & Glory) è un po’ il leitmotiv della filmografia del regista.

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