Recensione – Escobar

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Andrea Di Stefano esordisce dietro la macchina da presa dirigendo il mostro sacro Benicio Del Toro, che interpreta il re del narcotraffico Pablo Escobar.

Con la serie tv targata Netflix, Narcos, e l’ottavo album del rapper Kanye West (intitolato The Life of Pablo) nell’ultimo anno la figura mitica del narcotrafficante e terrorista colombiano Pablo Escobar sembra essere tornata di moda nell’immaginario della cultura pop.

E, si sa, quando qualcosa va di moda i mezzi di comunicazione tendono ad inflazionare quel qualcosa ancora di più. Quando ho visto il primo trailer di Escobar, prova registica d’esordio di Andrea di Stefano (attore romano noto al pubblico nostrano per le serie Rai Medicina Generale Ama il tuo Nemico, ma che ha lavorato anche nel cinema internazionale, in primis con Dario Argento e il suo Il Fantasma dell’Opera, ma anche con Ang Lee in Vita di Pi), notando la data d’uscita, che avrebbe cozzato con l’arrivo della seconda stagione di Narcos, ho pensato che la pellicola arrivava leggermente fuori tempo massimo. (In Italia, per lo meno, dato che il film è una produzione del 2014).

Di Stefano ci racconta la storia di un certo Nick Brady (Josh Hutcherson), canadese arrivato in Colombia col fratello per aprire una scuola di surf. Nick si innamora di Maria (Claudia Traisac) e scopre presto che la ragazza altri non è che la nipote di Escobar: all’inizio della relazione tutto fila liscio, ma solo perché i problemi legali di Escobar si nascondono dietro un orizzonte di ricchezze e ville da sogno; poi tutto va a rotoli, e Nick verrà sepolto dai cocci.

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Iniziamo col dire che sia il trailer che il titolo sono leggermente fuorvianti. La vicenda ci viene venduta come una storia vera, quando invece per sua stessa ammissione il regista ha dichiarato di aver avuto l’idea sentendo un poliziotto parlare di un ragazzo italiano che andò in Colombia a trovare suo fratello e che in qualche modo entrò in contatto con la famiglia Escobar.

Tutto è romanzato, dunque, a parte le vicissitudini di Escobar, che però vengono abbozzate un po’ troppo grossolanamente (per non dire un po’ come capita).

Okay, vogliono farci passare la storia come “basata su fatti realmente accaduti”, grande, definizione che lascia un po’ il tempo che trova ma vabe, gustiamoci la storia di Escobar. Il titolo infatti fa presagire che entrando in sala ci verrà raccontata la vita di Pablo (“strizzatina d’occhio a Kanye”) e invece non accade neanche questo.

Tutto quello che ci viene detto di Pablo è che è un politico colombiano, ma che fa soldi con la droga (aspetto che Maria presenta a Nick con un sorriso e via, andiamo a prenderci un gelato, amore?) e che di tanto in tanto ammazza qualche delinquente di quartiere, fa del bene per i poveri e poi uccide il primo ministro e dopo decide di consegnarsi alla giustizia, ma prima comanda l’uccisione di tutti gli uomini più vicini ai suoi affari, Nick incluso.

Non ci vengono descritti i suoi escamotage per sfuggire ai controllo doganali, i suoi metodi creativi per introdurre la droga negli Stati Uniti, gli orrendi crimini, la corruzione. Tutto accade off-screen, e lo sviluppo della vicenda di Pablo è lasciato alle televisioni nei bar, fuori campo, alle quali è anche difficile far caso perché nel frattempo il protagonista è braccato dai sicari che vogliono ucciderlo non si sa bene perché.

La storia di Pablo finisce con la sua resa alle autorità e l’autoincarcerazione. Non ci viene detto che si consegna per evitare l’estradizione negli USA, non ci viene detto che vivrà da re e nel lusso anche in prigione, denominata La Catedral per quanto sfarzosa fosse, non ci viene detto che poi evaderà e continuerà ad uccidere e burlarsi della legge fino alla morte.

Tutto ciò che Di Stefano si limita a fare è creare una metafora religiosa che ci viene presentata fin dalla primissima scena (e dal titolo originale Escobar: Paradise Lost): Pablo prega per telefono, Pablo si camuffa da prete, Pablo chiede a Nick se crede in Dio, ecc ecc … Se hai un minimo di intelligenza sai dove il regista vuole andare a parare, e infatti eccolo lì, il monologo finale scritto per far brillare Del Toro, nel quale Escobar che fa? Si paragona a Dio.

Tutto qui? Si. Tutto qui. Telefonato? Eccome.

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Troppo didascalico il richiamo a John Milton, con lo sfarzo escobariano in cui Nick e Maria vivono che vuole metaforicamente collegarsi alla caduta di Adamo ed Eva dall’Eden. Escobar sarebbe Lucifero Stella del Mattino, e Nick e Maria Adamo ed Eva, e tutto oscilla fra l’intellettualismo spicciolo e il ridicolo.

Registicamente c’è qualche sprazzo di originalità nel muovere la cinepresa – mi riferisco soprattutto nella scena a casa di Maria, con la cinepresa che scende dal balcone e segue Nick lungo le scale – ma per il resto è un susseguirsi di campi e controcampi. La fotografia è o troppo spenta o troppo luminosa, e il montaggio è confusionale nella parte iniziale e banalissimo alla fine.

Un livello di narrazione per bambini delle elementari, in sostanza. I dialoghi fra Nick e Maria spesso sono meno profondi delle frasi dei biglietti dei cioccolatini. Neanche la crudezza di un mondo violento come quello dei narcotrafficanti riesce a colpire, perché il peggio appare sempre fuori campo. La parte centrale gode di buon phatos, ma tutto si risolve come un qualsiasi altro film d’azione.

Del Toro è Del Toro, ma non si capisce bene se è il protagonista della sua storia o l’antagonista della storia di Nick, quindi non brilla a sufficienza ed è inoltre penalizzato dal doppiaggio (non i soliti Francesco Pannofino o Massimo Corvo, veterani di Del Toro, ma Luca Ghignone, che non lo aveva mai doppiato prima).

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