Sophie è un’orfanella di Londra che viene rapita da un gigante e condotta nella caverna in cui vive. Si tratta in realtà di un gigante benevolo che segue una dieta vegetariana anziché nutrirsi di esseri umani come i suoi simili e va a caccia di sogni da distribuire di notte ai bambini. Quando gli altri giganti minacciano di realizzare una nuova strage tra gli esseri umani, il Grande Gigante Gentile e Sophie decidono di avvisare la Regina d’Inghilterra.

Steven Spielberg ha raggiunto un tale status di autorità ed eccellenza in quel di Hollywood da potersi permettere di realizzare un film da 140 milioni di dollari senza preoccuparsi troppo se possa piacere al pubblico. Il che significa libertà creativa e produttori che non rompono le scatole. Buon per lui. Non c’è niente di davvero sbagliato in questa trasposizione dal celebre racconto per l’infanzia di Roald Dahl, edito nel 1982, si tratta però di un film che fa fatica a sintonizzarsi con il pubblico odierno e lo dimostrano i pessimi risultati al botteghino ottenuti finora.

Evidentemente di questi tempi non c’è un gran feeling tra i giganti e il grande schermo. Basti pensare al flop de Il Cacciatore di Giganti di Bryan Singer, altra fiaba difficile da attualizzare, e ai due pessimi adattamenti live-action giapponesi de L’attacco dei giganti, manga e anime di successo.

Il racconto di Dahl era già stato trasposto in un pregevole film animato (intitolato Il mio amico Gigante in italiano) uscito nel 1989 e viene qui rielaborato con buona fedeltà nella sceneggiatura di Melissa Mathison, scomparsa lo scorso novembre, già accanto a Spielberg in E.T. l’extra-terrestre per il quale venne nominata all’Oscar.

L’insonne orfanella Sophie che viene rapita da un gigante e condotta nella terra dei sogni rappresenta la tipica fuga in un accogliente mondo di fantasia per scampare ad una realtà disagevole e tutto il racconto assume valenza allegorica e propedeutica. Un viaggio che può rimandare a quello di Peter in Hook – Capitan Uncino dal quale ritroviamo una Londra magica e senza tempo.

Non può mancare il tema della famiglia, tanto caro a Spielberg. La bambina trova una figura paterna nel gigante gentile, magistralmente interpretato in motion capture da Mark Rylance, premio Oscar come miglior attore non protagonista ne Il Ponte delle Spie, precedente prova del regista. L’attore riesce a conferire al gigante la giusta dose di gentilezza e saggezza e a renderlo rozzo con tenerezza e simpatia. I dialoghi ripropongono il fantasioso lessico di Dahl anche se l’estrema fedeltà al materiale originale rende la recitazione impostata e i personaggi un po’ troppo distaccati.

Particolarmente curata la ricostruzione della tana del gigante nella quale la macchina da presa vola e spazia in un divertente piano sequenza che segue la piccola Sophie mentre cerca di nascondersi dall’irruzione dei giganti malvagi. La scaramuccia a metà film è molto edulcorata e costellata di gag slapstick da cartone animato per adattarsi ad un pubblico di minori.

In una sorta di Inception fiabesco, il Gigante impianta sogni bellissimi nella mente dei bambini che dormono. Metacinematografica la sequenza onirica proiettate sulla parete tanto per ricordare che la settima arte è sogno.

Il Gigante e la bambina, tanto per citare la celebre canzone, giungono a Buckingham Palace per il momento più significativo della storia. Al cospetto della Regina d’Inghilterra, il Gigante si dimostra davvero tale grazie alla sua bontà, semplicità ed ingenuità. Se la gag puerile della flatulenza vi farà ridere, non vergognatevi perché è esattamente a quello spirito fanciullesco che il film fa appello. Sprecata Rebecca Hall nel ruolo della domestica della Regina e tutto va a parare ad una battaglia finale breve e svogliata.

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