The Boy – Recensione

Pubblicato il 15 Maggio 2016 alle 23:09

Greta, una giovane americana in fuga da un compagno violento, giunge in un villaggio inglese dove viene assunta nella villa vittoriana dagli Heelshire, una coppia di anziani coniugi, per fare da babysiter al loro figlio di otto anni, Brahams. Il bambino, però, non è altro che una bambola di porcellana che gli Heelshire trattano come se fosse davvero loro figlio. Rimasta sola nella casa, Greta ignora le regole imposte dalla coppia per accudire Brahams ed iniziano a verificarsi eventi inspiegabili.

The Boy poster

Uno spunto interessante senza le idee per svilupparlo. The Boy nasce dalla sceneggiatura dell’esordiente Stacey Menear affidata alla regia di William Brent Bell, già colpevole di pessimi horror quali Stay Alive e L’altra faccia del diavolo. Lauren Cohan, nota ai fan di The Walking Dead, ha l’ingrato compito di caricarsi il thriller psicologico sulle spalle ma la sua caratura attoriale non ha ancora lo spessore necessario per raggiungere la profondità emotiva necessaria.

Il nome della protagonista è Greta, che in portoghese significa “crepa” o “screpolatura”, come quelle che possono ramificarsi sulla porcellana (una metafora simile venne usata in Nightmare 5 – Il mito). Ma è anche una suggestione che indica le ferite interiori del personaggio. Il bambolotto di porcellana di cui Greta deve occuparsi diventa il prevedibile catalizzatore e riflesso delle sue angosce. Ma dov’è la minaccia?

E’ questo il punto debole principale del film. Per più di quaranta minuti non si respira vera tensione e gli eventi apparentemente sovrannaturali che si verificano nella casa vittoriana sono sporadici e deboli, soprattutto per uno spettacolo cinematografico. Il regista si aggrappa all’atmosfera gotica dell’abitazione ma scenografie e fotografia da sole non bastano. Unico comprimario della storia è il garzone interpretato da Rupert Evans, un ruolo semplicemente funzionale.

Le dinamiche finali scadono nel ridicolo involontario, la risoluzione del mistero è insoddisfacente e la tensione sfocia in un’apice insufficiente. Nell’epilogo, si ha anche il coraggio di aprire ad un eventuale sequel. Il film, come un bambolotto di porcellana, non ha carne e sangue per camminare da solo e suscitare qualche vera emozione. Finisce così irrimediabilmente in frantumi.

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