X-Men: Apocalisse – Recensione in anteprima

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En Sabah Nur, alias Apocalisse, il primo e più potente mutante della storia, è capace di amplificare i poteri dei suoi simili e di assorbirli per diventare più forte. Intrappolato in Egitto per secoli, Apocalisse fa il suo ritorno negli anni ’80 e raduna quattro cavalieri con cui annientare l’umanità: Magneto, Psylocke, Angelo e Tempesta. Nella Scuola per Giovani Dotati, intanto, Xavier deve occuparsi dei mutanti che non riescono a controllare i propri poteri, come Jean Grey e il nuovo arrivato Ciclope. Guidati da Raven, gli X-Men saranno l’unica speranza di salvezza del genere umano.

X-Men Apocalisse

Negli ultimi tempi ci è stato chiesto di scegliere tra Batman e Superman nello scontro tra i due massimi supereroi DC-Warner, tra il Team Cap e il Team Iron Man nella Civil War di casa Marvel. Vien da chiedersi se i conflitti etici e morali insiti nella mitologia supereroistica si siano ridotti agli hashtag virali e al tifo da stadio, come se non bastasse la rivalità insensata tra i fan Marvel e quelli DC. Ma tant’è, questa è la macchina promozionale hollywoodiana che non risparmia niente e nessuno. Quantomeno stavolta non è difficile scegliere da che parte schierarsi tra i mutanti che vogliono salvare l’umanità e quelli che intendono distruggerla.

Siamo al quarto cinecomic supereroistico nel giro di neanche tre mesi, il secondo ambientato nell’universo dei mutanti Marvel dopo l’irriverente Deadpool. Bryan Singer ha dato il via alla saga cinematografica degli X-Men nell’ormai lontano 2000, dirigendo i primi due episodi e passando il testimone a Brett Ratner per l’insoddisfacente conclusione della trilogia. X-Men – L’inizio di Matthew Vaughn è stato un po’ prequel e un po’ reboot in salsa young adult ed ha dato il via alla parabola fantastorica proseguita con Giorni di un Futuro Passato che ha visto il ritorno di Singer. Il pretesto del viaggio nel tempo ha fornito l’opportunità per dare un colpo di spugna al 90% della storia e ripartire praticamente da zero.

Tagliamo la testa al toro (o al mutante infedele, come farebbe Apocalisse). Se Giorni di un Futuro Passato, uno dei cinecomic più sopravvalutati di sempre, vi è piaciuto, se quello che chiedete ad un film di supereroi è puro intrattenimento, se volete vedere tizi in costume che combattono e fanno cose divertenti coi loro superpoteri, allora X-Men: Apocalisse vi soddisferà e state pur certi che sarà l’ennesimo trionfo al botteghino. Se siete cinefili dal palato fino, il discorso è tutt’altro.

Il film si divide essenzialmente in tre parti. Nella prima vengono introdotti i due schieramenti. Oscar Isaac (Ex Machina, Star Wars: Il Risveglio della Forza) non risente affatto del pesante make-up e riesce ad essere un Apocalisse inquietante, a tratti terrificante, la cui filosofia non è dissimile da quella di Magneto.

Non a caso, il villain di nuovo interpretato da Michael Fassbender, dopo l’ennesima tragedia personale che lo spinge di nuovo ad odiare l’homo sapiens, diventa uno dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse. Il suo rapporto con En Sabah Nur può ricordare quello tra l’Imperatore Palpatine e Anakin Skywalker nella saga di Star Wars. Certo, questa continua altalenanza morale di Magneto, prima buono, poi cattivo, di nuovo buono, ancora, comincia a stancare e l’epilogo del suo arco narrativo è abbastanza incomprensibile.

Gli altri tre Cavalieri fanno solo da supporto, stanno in disparte per quasi tutto il film e sono lì solo in attesa dello scontro finale. Alexandra Shipp non ha e non può avere il carisma di Halle Berry nel ruolo della giovane Tempesta; Olivia Munn è bellissima e letale nel ruolo di Psylocke e tanto basta; forse poteva essere sfruttato meglio il simbolismo fornito da Angelo, interpretato da Ben Hardy.

Sul versante degli X-Men, James McAvoy continua ad essere l’attore più convincente del cast e si sta dimostrando degno erede di Patrick Stewart nel ruolo di Xavier. Tye Sheridan e Sophie Turner (Lady Sansa in Game of Thrones) sono i nuovi Ciclope e Jean Grey, versione young adult appunto. Non ci viene detto nulla di nuovo sui due personaggi, tutto già visto negli episodi precedenti, e viene appena appena gettate le basi per la loro storia d’amore.

Nella saga cinematografica, Ciclope non è mai stato il vero leader carismatico degli X-Men. Nella prima trilogia, questo ruolo toccava a Tempesta, semplicemente perché Halle Berry era il volto più noto del cast. Per lo stesso motivo, qui l’onore tocca alla Raven di Jennifer Lawrence. La mutaforma continua ad essere l’ago della bilancia tra il pacifista Xavier e il belligerante Magneto. Tuttavia era stato promesso qui un momento culminante nel rapporto tra i tre ma tutto viene risolto in maniera piuttosto banale e prevedibile.

Nessuno sviluppo importante anche nel rapporto tra Raven e Bestia che resta comunque un buon personaggio di supporto come pure il nuovo Nightcrawler di Kodi Smit-McPhee. Rose Byrne torna nel ruolo di Moira MacTaggert ma non è né carne né pesce. Si presenta come una sorta di Lara Croft e poi viene sminuita come semplice interesse sentimentale di Xavier che gioca in modo arbitrario (e irresponsabile) coi suoi ricordi.

Ricorderete la scena di Giorni di un Futuro Passato nella quale Quicksilver deviava i proiettili mentre la realtà intorno a lui si muoveva al rallentatore. Bene, Singer ha evoluto l’idea ed ha inserito qui una scena simile, più elaborata, sempre divertente, che è la vera ragione della presenza del personaggio e rischia di diventare un tormentone nei prossimi episodi.

Nella seconda parte, il film diventa un remake di X-Men 2 con all’interno un retcon fan service sulle origini di Wolverine. Anche l’arco narrativo di Xavier e l’uso di Cerebro ricalcano il secondo episodio della serie. Tutta la parte centrale ambientata ad Alkali Lake, però, è completamente avulsa dal contesto, non c’entra assolutamente niente con lo scontro con Apocalisse e serve solo per allungare il brodo, aggiustare la continuity stravolta nell’episodio precedente e garantire un cameo a Hugh Jackman.

Si arriva così all’ultima parte, la battaglia finale ambientata al Cairo, coreografata senza grande inventiva, diretta con sufficienza e gravata da effetti digitali mediocri che minano tutto il film e sono un po’ il punto debole di tutta la saga degli X-Men. E, a questi livelli, non è accettabile. Siamo quindi lontani anni luce dalla grande rissa ottimamente congegnata in Captain America: Civil War. La violenza è abbastanza esplicita e tutto il film presenta momenti abbastanza cruenti. Lo scontro decisivo riserva l’apice emotivo e più avvincente della storia mentre l’epilogo è senz’altro il momento più iconico ed emozionante. Il riconducibile tema musicale di John Ottman si è ormai intessuto in maniera indissolubile con i mutanti Marvel.

Intendiamoci, è un pacchetto fatto su misura per i fan e per divertire il pubblico generalista ma la sceneggiatura è troppo semplificata e raffazzonata, alcuni personaggi stanno troppo in disparte, la caratura attoriale di alcuni membri del cast è sprecata e la resa estetica è a dir poco discutibile. La sensazione sempre maggiore è quella di trovarsi di fronte ad una serie tv fatta col pilota automatico per il grande schermo. Si parlerà della continuity, della scena durante i titoli di coda, dei camei e dei riferimenti nascosti, si discuterà della fedeltà al fumetto originale, dei nuovi costumi degli X-Men e si faranno confronti con gli altri cinecomics usciti di recente. Forse bisognerebbe anche tornare a parlare di cinema.

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