Il mondo del fumetto USA è attraversato da un certo nervosismo.  Eric Stephenson cerca di capire perché ripercorrendo la storia dei comics, con l’obiettivo di evitare che i problemi del passato tornino a manifestarsi nel 2016.

Come sarà il 2016 dei comics? Marvel e DC lo affronteranno da fenici, bruciando i propri sé passati e ripresentandosi apparentemente rinati, tutti nuovi e differenti. Un processo che, con alterne fortune, si è ripetuto più volte nella storia decennale del fumetto USA, e che questa volta sembra sia stato accolto con scetticismo e un interesse relativo da osservatori, lettori e rivenditori (fatto inquietante, molte delle serie rilanciate dopo Secret Wars sono scese a livelli di vendita inferiori a quelli di prima dell’evento dopo soli 3/4 numeri).

Eric Stephenson
Eric Stephenson

A questa situazione e a questi metodi ha fatto chiaramente riferimento il publisher della Image Comics Eric Stephenson, in un lungo discorso pronunciato al ComicsPRO, convention in cui si radunano rivenditori (le fumetterie), editori e autori. Un’orazione indirizzata quindi agli addetti del settore, e Stephenson ne ha approfittato non per parlare dei progetti della Image ma per mettere in guardia colleghi e partner commerciali sui rischi che secondo lui l’industria sta non solo ignorando, ma cercando volontariamente.

Stephenson, come abbiamo visto in un’altra recente intervista, non si è mai fatto problemi a dire la sua su quello che succede nel comicsmondo; abbiamo quindi deciso di tradurre per intero l’intero discorso, per metà lezione di storia del fumetto USA e per metà denuncia dei mali che secondo lui lo affliggono: stratagemmi abusati come eventi a ripetizione, variant cover eccessive, sfruttamento di rivenditori e lettori, cupidigia e miopia. Buona lettura.

Vorrei parlarvi del futuro ma, prima, dovremo andare un po’ a spasso nel tempo, fino a un’era in cui non c’era Internet, non c’era Twitter, né Facebook né Instagram. Un tempo in cui non esistevano fumetterie.

Nessuno qui presente lavorava in questo campo negli anni ’50, ma, secondo tutti i resoconti, era un periodo drammatico per i comics. La nostra industria non aveva neanche vent’anni, eppure era già sull’orlo del collasso.

Dubbie manovre politiche avevano, di fatto, silenziato la EC Comics – una delle principali forze creative della scena. I fumetti horror e crime erano stati resi innocui dal Comic Code e potevano a tutti gli effetti essere considerati morti – condannati dalle loro stesse armi. I comics si piegarono a pressioni esterne e crearono un sistema auto-regolar di classificazione che metteva di fatto fuorilegge ogni tipo di contenuto che potesse interessare lettori adulti. I comics erano per ragazzini, in fondo, ma persino i supereroi, così popolari durante la Seconda Guerra Mondiale, traballavano.

La casa editrice di Martin Goodman, conosciuta allora come Atlas, se la cavava vendendo fumetti sui mostri, ma nei primi anni ’60 le cose si stavano mettendo male. Per vedere la luce, però, bisogna trovarsi nell’oscurità, e fu in quei tempi bui che i comics ritrovarono la speranza.

Forse c’era qualcosa nell’aria in quegli anni, perché lo stesso periodo che ci diede i Beatles e i Rolling Stones ci donò anche quello che oggi conosciamo come il Marvel Universe.

I Fantastici Quattro. Spider-Man. L’Incredibile Hulk. I Vendicatori.

Stan Lee, Jack Kirby, Steve Ditko, e tutti gli incredibili artisti che lavorarono insieme a loro ispirarono una generazione di lettori con il loro lavoro, e nel farlo, trasformarono la Marvel in un torreggiante monolite in quell’industria barcollante. Anche la DC Comics, che già era ben conosciuta per Superman, Batman e la Justice League, ritrovò vigore, e non si poi esagera molto nel dire che i supereroi salvarono i comics.

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Ma andiamo avanti veloce fino agli anni ’70.

Era finito decennio esplosivo per i comics, ma mentre gli anni ’60 sbiadivano nella memoria, lo faceva anche l’entusiasmo che li circondava. Jack Kirby lasciò la Marvel per la DC. I supereroi erano stritolati dalle maglie del Comics Code. I comics underground e le riviste in bianco e nero come National Lampoon e Creepy, Eerie e Vampirella della Warren testimoniavano la voglia del medium di crescere.

Ma le edicole, che per molto tempo avevano ricoperto il ruolo di principali rivenditori, iniziarono il loro lungo addio, con la scomparsa degli albetti a poco prezzo a causa dei tentativi di ogni genere che vennero fatti per aumentare i profitti consolidando la propri posizione.

A sceneggiatori e disegnatori che entravano nell’industria veniva continuamente assicurato che il mercato fosse giunto all’ultimo respiro. I comics erano spacciati.

Allora tutti i fumetti potevano essere resi alle case editrici, e in effetti questo avveniva quasi sempre. Spesso, i fumetti non lasciavano neanche i magazzini, causando carestie regionali che aumentavano il valore degli albi sul sempre crescente mercato del collezionismo.

Per risparmiare temp, glisserò su alcuni eventi, ma fu a questo punto che Phil Seuling iniziò a porre le fondamenta del sistema delle fumetterie.

Non successe tutto in una notte. Ci vollero anni perché piccole librerie dell’usato si evolvessero in autentiche fumetterie, ma per la one degli anni ’70 esisteva un sistema organizzato e il mercato come lo conosciamo oggi era nato.

Il risultato fu che i comics prosperarono, e no solo quelli dei soliti sospetti come Marvel e DC.

La scena underground maturò nel fumetto indipendente, e da lì arrivarono Cerebus e Elfquest.
Arrivarono Love & Rockets, American Flagg, Nexus. First Comics. pacific Comics. Eclipse. Kitchen Sink. Il vecchio maestro, Will Eisner, produsse una serie di graphic novel che sfidavano la percezione di ciò che i fumetti avrebbero dovuto e potevano essere, e dalla fine degli anni ’70 lungo tutti gli anni ’80 e oltre i comics sperimentarono un’esplosione di creatività.

Avanti veloce di nuovo. Questa volta a metà anni ’90.

I comics a questo punto si erano guadagnati un certo rispetto.

Grazie al talento di Alan Moore, Frank Miller, Art Spiegelman, Garth Ennis, i fratelli Hernandez e Neil Gaiman, il mondo iniziava a prestare attenzione. I comics non erano solo roba per ragazzini.

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Ma c’erano anche dei problemi. Esplose il fumetto indipendente in bianco e nero – e poi implose, mettendo in evidenza una propensione alla miope cupidigia che nel nostro ambiente è defluita e avanzata come la marea per decenni.

E negli anni ’90 la marea era decisamente altissima.

Proprio quando sembrava che i comics fossero pronti per quella legittimazione culturale che era stata loro negata quando i contenuti più maturi erano stati stupidamente messi da parte con la morte improvvisa della EC Comics negli anni ’50, il mercato si abbandonò ai suoi impulsi più vili. Il livello di creatività senza precedenti che accompagnò uno dei periodi più prosperi dei comics si imbarbarì in trucchetti e stratagemmi.

C’erano più fumetterie che mai, e c’erano anche molti fumetti.

Troppi fumetti, con troppe copertine.

Variant cover. Foil cover. Hologram cover. Cover a sbalzo. Cover vedo-non vedo. Cover a libretto. Cover fosforescenti.

Le copertine venivano imbustate, i comics diventarono merce di lusso, oggetto di speculazione rampante.

I comics uscivano in ritardo, e ogni tanto non uscivano proprio, mentre tutte le case editrici galoppavano a folle velocità senza curarsi poco dei lettori e quasi per niente dei rivenditori.

Eroi morirono, eroi rinacquero. Testate vennero cancellate, e testate vennero rilanciate con una nuova numerazione.

Il mercato si espanse.

E poi collassò.

Fumetterie fallirono.

Un esempio da manuale di interesse a breve termine e hubris estrema portò un colpo quasi letale al sistema distributivo delle fumetterie, lasciando come unico superstite la Diamond Comics Distribution.

Altre fumetterie chiusero portando il totale dei rivenditori specializzati, una volta più di 10.000, a una frazione di quel numero, una perdita da cui ancora non ci siamo ripresi.

La Marvel si preparò a firmare le carte per dichiarare la bancarotta.

Tutto questo avveniva meno di 20 anni fa, ma facciamo un altro salto in avanti, ai primi anni di questo secolo.

Grazie a Joe Quesada e Bill Jemas la Marvel era  di uovo in piedi. Grazie all’attenta supervisione di Paul Levitz e Bob Wayne, la DC riunì successi passati e presenti per costruire un catalogo di titoli sempre disponibili impressionante e sostenibile che rimane uno standard per l’industria ancora oggi.

E grazie alla visione creativa di un gruppo variegato di persone come Craig Thompson, Marjane Satrapi, Warren Ellis, Mark Millar, Brian Michael Bendis, Grant Morrison, Brian Azzarello, Daniel Clowes, Chris Ware e, di nuovo, Alan Moore, Neil Gaiman, e Frank Miller, oltre che all’influsso crescente di titoli manga troppo numerosi per essere elencati, l’industria dei comics trovò il suo asse.

Per la prima volta dall’era delle edicole abbracciò un pubblico vasto, realmente di vario genere, e i comics rifiorirono nuovamente.

Le cose non migliorarono immediatamente, ma il mercato si stabilizzò, e poi riprese a crescere. Fatto più positivo, iniziò a crescere in direzioni nuove e diverse.

Nuove voci richiamarono un nuovo pubblico:

Jeff Smith. Brian K. Vaughan. Gail Simone. Jill Thompson. Bryan Lee O’Malley. Alison Bechdel. Robert Kirkman. Jeff Kinney.

Mentre si allargava lo spettro di contenuti che i comics offrivano, cambiava l’aspetto del mercato.

E eccoci qui oggi.

Se una volta i comics venivano sprezzantemente trattati come passatempi per maschi adolescenti, ora ci sono fumetti fatti da chiunque per chiunque.

Per certi versi non c’è mai stato un periodo migliore per leggere comics, ma come è stato scritto, “Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi.”

Recentemente un collega mi ha detto “Sul serio, non mi è mai piaciuto meno lavorare nel campo dei comics.”

Non è il solo.

Negli ultimi mesi, e sempre più frequentemente dall’inizio di quest’anno, ho sentito commenti simili da ogni angolo dell’industria. Scrittori. Artisti. Rivenditori. Le persone sono preoccupate del futuro.

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Di nuovo.

Non perché manchi il talenti creativo.

Non ci si può lamentare per lo stato di un’industria creativa piena di talenti come Jillian & Mariko Tamaki, Raina Telgemeier, Jeff Lemire, Nate Powell, Kieron Gillen & Jamie McKelvie, Jason Aaron, Marjorie Liu, Julia Wertz, Ron Wimberly, Matt Fraction, Ed Piskor, Fiona Staples, Kelly Sue DeConnick, Scott Snyder, Rick Remender, Erika Moen, Ming Doyle e i tanti, tanti, tanti altri artisti che hanno reso i comics moderni la vibrante esperienza che sono oggi.

No, le persone sono preoccupate perché stiamo ricadendo di nuovo vittima dei nostri peggiori istinti. Stiamo permettendo che i nostri interessi più immediati ci dettino i piani per il futuro. Stiamo lasciando che la cupidigia ci guidi.

Prosegue nella prossima pagina

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