Recensione – Beasts of No Nation: il paradiso perduto

Pubblicato il 14 Dicembre 2015 alle 20:30

Quando il villaggio in cui vive viene attaccato dai soldati, il giovane Abu assiste alla morte del padre e del fratello maggiore. Fuggito nella boscaglia, verrà trovato dai ribelli della NDF e costretto ad unirsi a loro dal carismatico Comandante. Così inizia il viaggio che lo cambierà per sempre.

Meglio regnare all’Inferno che servire in Paradiso.

– John Milton (1608-1674), “Paradise Lost”

Mi sono avvicinato a Beasts of No Nation con aspettative molto alte: da quando è stato rilasciato su Netflix e nei cinema statunitensi lo scorso 16 ottobre, intorno al titolo di Cary Joji Fukunaga non hanno fatto che rincorrersi le critiche più positive, e i voti accostati alla pellicola erano altissimi in qualunque sito o rivista specializzata si consultasse.

Lodata la regia di Fukunaga; ammirato il lavoro del giovane protagonista, Abraham Attah (fresco di nomina ai Critics’ Choice Awards); osannata la performance di Idris Alba, che ai Golden Globe ha ricevuto addirittura una doppia nomination, e come miglior attore non protagonista in Beasts of No Nation, e come miglior attore protagonista per la televisione grazie al suo pregevole lavoro in Luther.

Ma sono stato attento a non lasciarmi influenzare dal giudizio degli altri. Mi sono tenuto alla larga dai commenti sui forum, dagli articoli di apprezzamento, dalle recensioni entusiastiche. Mi sono preso il mio tempo, ho visto il film una volta, l’ho guardato una seconda volta, e infine l’ho rivisto e riguardato una terza volta.

E l’ho adorato ogni singolo istante, ogni singola volta.

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Parliamoci chiaro. Potremmo trovarci davanti ad uno dei migliori film di guerra degli anni 2000.

Il modo in cui il protagonista ci viene presentato (adorabile e commovente la trovata della TV-immaginaria) è assolutamente perfetto, e guardando il film in retrospettiva le brutalità che Abu deve affrontare sono ancora peggiori di come appaiono in corso d’opera: il personaggio che vediamo all’inizio non sarà lo stesso che la cinepresa inquadra un attimo prima dei titoli di coda.

In due ore e un quarto, Beasts of No Nation ci racconta come nel giro di qualche mese un bambino possa essere trasformato in un uomo. Anzi, in un vecchio, come dice Agu stesso in una delle scene finali, durante un colloquio con una psicologa infantile.

Il bambino sorridente e gioioso che conosciamo nei primi minuti del film scompare progressivamente, sbiadisce, portato via dalla violenza e dai fumi rosso sangue della guerra. Ciò che resta di lui è un guscio vuoto, apatico, che fissa gli adulti davanti a se e li giudica dei bambini che non hanno idea di quanti orrori nasconda il mondo.

Un bambino che arriva a desiderare di poter afferrare il sole e stritolarlo fino a farlo esplodere, così che la Terra cada nel buio più totale, in modo tale che la violenza e i peccati degli uomini vengano nascosti agli occhi di Dio.

Un Dio a cui Agu si rivolge continuamente, grazie all’espediente strappalacrime della voce fuori campo: mentre la regia ci mostra i massacri e gli abomini che Agu commette, la sua voce in sottofondo prega e chiede aiuto ad un Dio che non ascolta, o che se ascolta sceglie di ignorare.

Verso il finale il bambino realizza perfino l’inutilità della religione, che non può salvare gli uomini dalla malvagità insita nelle loro anime: “Prego mia madre, adesso, perché non c’è nessun Dio ad ascoltarmi.” E’ una delle frasi emblematiche del film, che risalta come una delle più riuscite all’interno di una sceneggiatura quasi impeccabile.

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La componente religiosa non viene affrontata di petto ma solo suggerita (attraverso i monologhi del protagonista) eppure è quasi impossibile non notare la metafora Paradiso/Inferno: Agu viene strappato alla tranquillità della sua vita quotidiana e trascinato nella barbarie della guerra, al cospetto di un demonio che lo manipola e lo ri-plasma a suo piacimento.

La citazione all’inizio di questo articolo non compare mai nel film, né vengono fatte allusioni all’opera magna del poeta inglese: eppure sono convinto che quella frase riassuma splendidamente il senso dell’intero film, o per lo meno lo riassume molto meglio di quanto potremmo sperare di fare io e le mie parole.

Il demonio è Idris Elba, conosciuto solo come il Comandante. Lui è il serpente che porta verso il peccato, è la tentazione, e Agu ne è attratto perché il demonio è bravo ad ingannare. Il Comandante promette ad Agu vendetta, vendetta nei confronti degli uomini che hanno massacrato la sua famiglia, e Agu si lascia corrompere da tutto quel male sapientemente mascherato da giustizia.

La performance dell’attore britannico è magistrale: selezionate l’audio originale e lasciatevi ammaliare dalla sua dialettica da guerrafondaio, dal suo ammaliante e pericoloso carisma. Se lo avete seguito in Luther resterete a bocca aperta quando lo sentirete sopprimere il suo elegante accento british in favore di quello più gutturale, tribale dello spietato Comandante.

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Davvero ottima la regia, precisa e senza sbavature nelle scene più tranquille e dialogate, caotica nelle sequenze concitate (quando la madre e le sorelle di Agu salgono in macchina nel caos della piazza, anche noi abbiamo la sensazione di venire spintonati e soffocati dalla marea umana che si agita nella location).

Beasts of No Nation è una produzione di pregevolissima fattura, che dimostra quanto Netflix non sia impegnata solo nel campo della televisione: il film è scritto e diretto in maniera ineccepibile, interpretato in modo formidabile da un giovane astro nascente affiancato da una stella più brillante che mai.

Chissà che gli Oscar 2016 non riservino qualche sgradita sorpresa ai più favoriti blockbuster dell’anno.

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