Made in Italy #4: La critica del fumetto in Italia

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    Mi sono preso una piccola pausa dalle interviste dei precedenti numeri per affrontare un tema che mi sta molto a cuore, partendo da un episodio che vorrei condividere con i lettori.

    Lo scorso 5 Agosto, il settimanale “sette” del “corriere della sera” è stato dedicato al fumetto, ed in particolare sono stati presentati 7 volumi editi da Rizzoli.

    L’introduzione all’argomento è stata affidata ad Antonio D’Orrico, famoso (per alcuni famigerato) critico letterario e giornalista del quotidiano di via Solferino, che si è sbilanciato in un’analisi sul fumetto moderno e contemporaneo.

    Consiglio a quelli che non l’abbiano fatto di reperire una copia dell’articolo, che io non sono riuscito a trovare in rete, ma che mi rendo disponibile ad inoltrare personalmente a chiunque lo volesse e non riuscisse a procurarselo.

    Certe cose non possono passare sotto silenzio…

    La mia pulsione istantanea, anche durante la lettura del contributo del D’Orrico, è stata un’indicibile rabbia, poi tramutatasi in sdegno al pensiero che, mentre i nostri articoli sono destinati ad appassionati di fumetto e che utilizzano la rete, il numero estivo di “sette” è passato per le mani di milioni di italiani la cui immagine dell’universo fumettistico è stata la seguente:

    “Quei fumetti autarchici, sempliciotti ed ingenui (alcuni) non esistono più. Il fumetto è diventato molto snob (ora è più radical chic, prima era nazional popolare), preferisce farsi chiamare Graphic Novel, accreditarsi tra i generi di racconto e di illustrazione più raffinati.[…] Però forse il rischio che corrono ora i fumetti è una deriva esageratamente artistica e colta. Insomma, se fossi al posto dei fumetti non mi fiderei troppo degli intellettuali (che è sempre un atteggiamento consigliabile nella vita)”.

    Si è parlato negli scorsi numeri dell’importanza di ampliare l’utenza del fumetto, soprattutto italiano, creando nuovi lettori, ma questa impresa appare vana se la critica del fumetto, in Italia, nasce e muore con Antonio D’Orrico,  ovvero se nelle riviste non specializzate, nei quotidiani e nei settimanali si parla solo di alcuni editori e non di altri, di certi autori, e non di altri, solo perché una presunta  intellighenzia ha deciso che così deve essere (o perché crede di aver capito tutto, o perché ha interessi, anche economici, in quello che dice).

    Noi possiamo farci un vanto della nostra indipendenza e sono convinto che i lettori, questo, lo capiscano.

    Insomma, per tornare all’articolo in questione, ho sentito il bisogno di scrivere una lettera al direttore del settimanale, che ho inviato per mail, ma che non ha avuto alcuna risposta.

    Ne riporto il testo, sperando che possa servire a sollecitare la discussione ed il confronto.

    “Egregio direttore,
    sono un giovane avvocato napoletano, lettore affezionato del Corriere della Sera da quel giorno dei miei 17 anni (all’epoca a casa mia si leggeva La Repubblica) in cui, discutendo animatamente di politica con uno sconosciuto e distinto signore in autobus, questi mi donò la sua copia del quotidiano accompagnata dalla frase: “tenga, ecco il giornale che dovrebbe leggere se davvero è, come sembra, un giovane che vuol dare il proprio contributo al progresso del nostro paese”.

    Essendo anche un appassionato del mondo del fumetto sono stato piacevolmente sorpreso dall’iniziativa del settimanale Sette, dello scorso 5 Agosto, ad esso dedicata.
    Tuttavia le ottime aspettative sono state, purtroppo, disattese.
    Non tanto perché gli unici volumi segnalati sono editi dalla Rizzoli Lizard (della quale apprezzo moltissime pubblicazioni: da Corto Maltese a Blacksad, da Scott Pilgrim a Taniguchi), ma per il contributo di Antonio D’Orrico (a cui Le prego di inoltrare questa e-mail non essendo il sottoscritto riuscito a reperirne in internet l’indirizzo di posta elettronica) che, invece di limitarsi semplicemente a recensire i fumetti pubblicati, si è addentrato in un’umilissima proustiana “recherche del fumetto perduto”.
    La qual cosa potrebbe essere interessante se l’esperienza fumettistica del D’Orrico non fosse eccessivamente limitata, come appare dalla sua analisi che, senza contare alcune abissali lacune, non fa un passo oltre gli anni ’80 del secolo scorso.
    E tuttavia se a ciò si fosse limitato il contributo dell’illustre critico letterario, avrei semplicemente considerato noioso l’articolo, ma sarebbe stata un giudizio personalissimo.
    Quello che invece devo ritenere, come amante dei fumetti, offensivo, è il modo in cui il D’Orrico giudica quello che il fumetto è diventato oggi.
    Ciò non per l’opinione in sé, per quanto la trovi superficiale ma al tempo stesso presuntuosamente fariseica, ma perché, ed è questo il motivo della mia missiva, tutti i lettori del Corriere della Sera hanno avuto come immagine del mondo del fumetto la seguente:
    “Quei fumetti autarchici, sempliciotti ed ingenui (alcuni) non esistono più. Il fumetto è diventato molto snob (ora è più radical chic, prima era nazional popolare), preferisce farsi chiamare Graphic Novel, accreditarsi trai generi di racconto e di illustrazione più raffinati.[…] Però forse il rischio che corrono ora i fumetti è una deriva esageratamente artistica e colta. Insomma, se fossi al posto dei fumetti non mi fiderei troppo degli intellettuali (che è sempre un atteggiamento consigliabile nella vita)”.

    In definitiva un’idea distorta che non rende giustizia, non incentiva alla lettura né conferisce dignità a quella che un vero critico d’arte, Claude Beylie, definì la nona arte.

    Innanzitutto snob non è un termine che si addice al fumetto il quale, checché ne pensi D’Orrico, é ancora trattato come genere letterario di serie b, soprattutto in Italia (ma sappiamo come la realtà culturale del nostro paese sia in rapido declino).
    Tra l’altro, circostanza che lo stesso D’Orrico credo ignori, uno dei principali editori del fumetto che egli stesso definisce “autarchico sempliciotto e ingenuo”, e quindi, mi par di intuire più “nob” in quanto nazional-popolare, ossia Sergio Bonelli, ha sempre etichettato quello che pubblicava come “bagattelle”, salvo fare oggi un voltabandiera da perfetto uomo politico per recuperare consensi osannando l’artisticità del genere fumettistico.

    Quello che dovrebbe esser chiaro è che nel fumetto, come nella letteratura, esistono dei generi, e definire snob (o peggio ancora radical-chic) un graphic novel è come dire che la poesia è più snob della prosa, che Dickens è più “popolare” di Scott, che i film di Fellini sono radical-chic rispetto a quelli di Totò.
    Insomma, un pressappochismo che non si addice a chi scrive per la più importante testata giornalistica del nostro paese.
    In sostanza è come se il D’Orrico avesse dato un’opinione dell’attuale politica Italiana avendo soltanto un vago ricordo della Prima Repubblica.

    Non può darsi, a mio avviso, una seria interpretazione dell’evoluzione del genere fumetto senza conoscere, almeno, la scuola franco-belga, quella sudamericana, quella inglese, il genere supereroistico e l’esperienza dei manga giapponesi.

    Nessuno che ha letto Maus definirebbe neanche lontanamente Art Spiegelman radical-chic.
    Nessun lettore potrebbe mai dire che Watchmen sia snob (pur essendo stato l’unico fumetto ad entrare nella classifica dei 100 romanzi più significativi della letteratura inglese).
    Nessun appassionato userebbe l’espressione, sprezzante pur se mascherata dal tono paternalistico, “deriva esageratamente artistica e colta” per riferirsi a L’Incal di Alejandro Jodorowsky e Moebius.

    Così come non lo farebbe chi ama un particolare romanzo, una canzone, un film per descrivere la letteratura, la musica, la cinematografia.

    L’immagine che credo dovrebbe darsi del fumetto è invece quella di un medium dalle infinite potenzialità, perché aggiunge alla letteratura le immagini, ma geneticamente complicato nel linguaggio (le vignette devono dar la sensazione del movimento pur essendo statiche, a differenza del cinema).
    Uno strumento che possa divertire e commuovere, raccontare la realtà o consentire al lettore di evaderne; un mezzo espressivo altamente estetico ed alla portata di tutti per la sua intuitività.

    Oppure, a volerne rappresentare la realtà italiana, si potrebbe parlare della crisi, riflesso di quella che vive la cultura in generale, delle difficoltà dei giovani e talentuosi sceneggiatori e disegnatori che spesso sono costretti a pubblicare i loro lavori all’estero, e dell’oligopolio delle case editrici (tematiche su cui riflettere anche al di là del fumetto).

    La visione del tipo “ma che, alla sua età legge ancora i giornaletti” lasciamola all’uomo della strada ultrasettantenne e superficiale.

    Ci sono scrittori di “giornalini” che sono andati a dipingere tavole a fumetti in zone di guerra dove non sarebbe stato possibile, né opportuno, scattare fotografie, e ne hanno fatto dei reportages.
    Ci sono autori che hanno creato mondi fantastici a cui si è ispirata gran parte della cinematografia e la letteratura degli ultimi 20 anni.
    Ci sono editori intraprendenti che amano il loro lavoro e girano il mondo per pubblicare il meglio in un paese in cui le persone non leggono più neanche i quotidiani, e nonostante ciò con passione e dedizione sono, a volte inconsapevolmente, fautori di una vera e propria rivoluzione culturale.
    Tutti costoro si meritano molto di più che essere bollati come snob e radical-chic, o il loro lavoro diffusamente percepito come in una deriva esageratamente artistica e colta.
    I lettori del maggior quotidiano del nostro paese si meritano, a mio avviso, un angolo visuale molto più ampio e veritiero e, magari, qualche stimolo intellettuale in più.

    Nel ringraziarLa per il tempo dedicatomi nella lettura di questa mia, con la speranza che continuerete a dedicare spazio al mondo del fumetto nelle prossime pubblicazioni, magari con l’ausilio di professionisti davvero esperti del settore, porgo
    Distinti Saluti

    Armando Perna”

    18 Commenti

    1. purtroppo accade fin troppo spesso che la stampa più diffusa si creda autorevole e informata riguardo un argomento di cui, a ben vedere, non sanno nulla.
      Argomento multi-sfaccettato e complesso che, guarda casa, è anche la grandissima passione di tutti noi.
      Forse è proprio questo che viene sottovalutato!
      La quantità di persone che amano la NONA ARTE e che possono dare una risposta veloce e precisa a questi sedicenti esperti .. che, si spera (ma spesso inutilmente), abbiano almeno la dignità di ammettere che non è mai troppo tardi per imparare qualcosa.
      Chiunque sia che te la insegni.
      Bravissimo Armando.

      • Grazie NiMo, le tue parole confortano ed aggiungono spessore al dibattito. Spero che la nostra non sarà solo una crociata conto i mulini a vento. Sono stato a Bruxelles ed ho avuto la netta percezione di come Francia e Belgio siano nazioni dove “veramente” il fumetto è considerato arte e cultura… Ci battiamo per questo, amici miei…

    2. Bravo Armando ! Perfettamente d’accordo !!! :wink:
      Purtroppo ce n’è parecchia di ignoranza e superficialità in giro, specie quando si parla di fumetto….. :cry:

      • E’ da un pò che comincio a pensarla come te, ma ci scrivono ancora firme importantissime: Sabino Cassese, Piero Ostellino, Angelo Panebianco, Ernesto Galli della loggia, Giovanni Sartori, per citarne solo alcuni.
        Solo che la linea editoriale è in declino…ma questa è un’altra storia

    3. Concordo in buona parte con l’articolo, ma problema ancora più grave e che a me sembra che vera critica fumettistica non siano interessati a farla neanche i siti (riviste praticamente inesistenti) specializzati, per interessi o per amicizie forse. Si fa troppa attenzione a non pestare i piedi in questo settore.

    4. carissimo armando inutile dire che questo episodio troverà spazio nel countdown di giovedì neanche te lo dico a che posizione…

      mi trovo molto in sintonia con la tua lettera di risposta e purtroppo mi rattrista ogni volta vedere quanta ignoranza circonda il fumetto…

    5. Sono un lettore di fumetti ormai da più di 20 anni e sebbene abbia lacune molto vaste nelle mie conoscenze, ritengo di avere abbastanza esperienza e abbastanza amore per il medium da potermi esprimere serenemente e senza pregiudizi.

      Sono perfettamente d’accordo con l’affermazione di Antonio D’orrico. La boria e la deriva intellettualoide del fumetto contemporaneo (dagli autori agli editori) sta uccidendo una delle anime, forse la più importante sicuramente la più caratteristica, del fumetto in generale. Quella genuinamente ingenua, quella intelligentemente leggera, quella capace di trasformare una pausa toilet in qualcosa di prezioso.
      Attenzione, questo non vuol dire che non debba esistere il fumetto colto, anche nel pezzo citato non si dice che non possa esserci o che prima non ci fosse, è verso la soppressione del “giornalino” che si punta l’indice.

      • La “boria” e la “deriva intellettualoide” che citi tu sicuramente sono proprie di alcune opere (così come accade in ogni campo artistico), ma prenderle come unico metro di paragone significa non conoscere a sufficienza il vasto panorama fumettistico e questo, per un critico, è un limite imperdonabile, tanto più per uno che scrive su una rivista non di settore che si interfaccia con un pubblico che spesso non ha le conoscenze necessarie per valutare la qualità della critica che legge (per fare un esempio: l’articolo di D’Orrico messo su “Fumo di China” verrebbe bollato dalla maggior parte dei lettori come, quanto meno, superficiale, su una rivista come quella del “Corriere” i lettori, non conoscendo a sufficienza il mondo del fumetto potrebbero finire col prenderlo per verità non acquistando fumetti). A fianco ad opere con riflessioni scontate o presentate in maniera banale ne esistono altre (probabilmente la maggior parte) che propongono spunti interessanti legati all’attualità, alla condizione umana, etc… Insieme a questi poi, coesistono (e in maniera florida) opere di puro svago, letteratura di evasione se si vuole inquadrarla in un genere, che vanno dalla schifezza all’ottima storia e, a parità di qualità, godono di stessa dignità delle altre.
        Tanto per farmi pubblicità :) se prendi l’articolo di “Starting Point” sul Fumetto “muto” vedrai insieme ad opere come “Gon”, “A.L.I.E.E.N.” o “Longshot Comics” (puro intrattenimento di alta qualità) storie come “Il Sistema”, “Flood” o tutte quelle degli anni ’20 e ’30 (impregnate di importanti riflessioni sociali) e le une non escludono certo le altre.

        • Decisamente d’accordo con Matteo.

          Gentile lettore (Dang),
          secondo me ogni generalizzazione è un pregiudizio, e parlare indistintamente di “boria” e “deriva intellettualoide del fumetto contemporaneo” non fa eccezione. A chi si riferisce?
          Posso essere d’accordo sul fato che in Italia (ma D’Orrico parlava dell’intero mondo del fumetto) si siano perse quella spensieratezza e quell’ingenuità che Lei dice, ma io imputo il tutto ad un cambiamento del paradigma dei valori e ad un fenomeno culturale generalmente diffuso. In più, purtroppo, siamo sempre più disillusi ed, a volte, cinici. E dunque è lecito cercare un pò di “evasione”, anche in una semplice “pausa toilet”, ma non è detto che non la si possa trovare lo stesso. Ad ogni modo i giornaletti (come si dice al sud) esistono ancora, ma sono solo un genere all’interno del medium “fumetto”, di minor levatura intellettuale e maggiore abbordabilità, sebbene oggi, per esigenze di mercato o per la crescita intellettuale degli autori e delle nuove leve, si punti piuttosto a graphic novels o miniserie.

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