Dylan Dog n. 349: La morta non dimentica – Recensione

Pubblicato il 28 Settembre 2015 alle 09:55

L’ex-ispettore Bloch e Jenkins ingaggiano Dylan Dog per risolvere il mistero di un uomo tornato dalla morte a Wickedford. Nel frattempo, a Londra, l’ispettore Carpenter è alle prese con il caso dei “manichini”, cadaveri rinvenuti imbalsamati ed apparentemente collegati ad una guerra tra bande. L’indagatore dell’incubo si troverà di nuovo ad affrontare l’immortale Nora Cuthbert.

Sotto la direzione editoriale di Roberto Recchioni, una delle svolte narrative più importanti per Dylan Dog è stato il pensionamento dell’ispettore Bloch, avvenuto quasi un anno fa sul n. 338 della serie regolare con una storia speciale scritta da Paola Barbato e disegnata da Bruno Brindisi. Gli stessi due autori firmano questo sequel che denota lo stesso tono grottesco e surreale.

Il primo merito della Barbato è quello di uscire, come di consueto, dalla struttura convenzionale delle vicende dell’indagatore dell’incubo. In questo caso, l’assenza di una scena ad effetto in apertura della storia potrebbe sembrare una debolezza. Non è così. L’autrice ci porta infatti nella quotidianità di Dylan introducendo subito uno dei temi del racconto, ovvero l’incapacità di lasciarsi alle spalle le proprie abitudini. Ed è qui che entra in gioco il pensionato Bloch, evidentemente in conflitto con la sua attuale condizione. Strappato alla sua dimensione cristallizzata di comprimario dell'(anti)eroe, l’ex-ispettore di Scotland Yard si tormenta in quel limbo che è Wickedford aggrappandosi con forza a qualche mistero da risolvere.

La sceneggiatura è attentissima e viene ritagliato uno spazio funzionale per tutti i personaggi. Dylan torna finalmente ad essere il motore della storia, sia sul piano emotivo che su quello investigativo; Bloch, come detto, è la figura paterna che si ostina a tornare in pista giocando un ruolo fondamentale; Groucho e Jenkins si scoprono coppia comica complementare, con il primo che canzona il secondo, completamente privo di senso dell’umorismo e incapace di capire il sarcasmo. Seguiamo la spalla di Dylan anche in un’inedita versione action. L’ispettore Carpenter è il solito caparbio ostruzionista nei riguardi dell’indagatore dell’incubo mentre Rania è l’ago della bilancia tra i due.

Risultato di una famiglia disfunzionale, l’immortale Nora torna per distruggere quella Dylan, coadiuvata dalla spalla Gus. Una delle battute della donna, “Quando non devi mangiare, dormire o respirare, ti resta tanto tempo libero da ammazzare”, sembra una metafora della noia di vivere tipica dei pensionati. Le tematiche della storia vengono catalizzate nell’elemento dell’imbalsamazione introdotto da Lauren Stetson, nuovo pittoresco personaggio, con una sequenza didattica che non appesantisce la lettura.

La Barbato evita quasi del tutto i balloon pensiero e, una volta tanto, evita lo spiegone finale. Inoltre esce dall’imbalsamata gabbia bonelliana costruendo le tavole con maggior estro. In alcuni casi vediamo vignette doppie orizzontali più strette del solito, vignettone utilizzate per i momenti più ad effetto ed anche una splash-page nel momento culminante. Brindisi si diverte tra sequenze splatter e slasher sempre più estreme che portano al delirante finale nel quale viene citata L’alba dei morti viventi, primo numero della serie. Efficace come al solito la caratterizzazione estetica e la profondità espressiva dei protagonisti con fisionomie cesellate dalle chine in un netto contrasto tra bianchi e neri che si mescolano solo in qualche ombreggiatura.

Ancora una volta si può dare alla storia un’ulteriore chiave di lettura metanarrativa laddove il nuovo corso editoriale di Dylan Dog si propone di tirar fuori la serie dalla tassidermia in cui era piombata continuando però a guardarsi indietro, vuoi per legittima nostalgia, vuoi per la fedeltà a quelle che sono le fondamenta del personaggio. In tal senso, la Barbato e Brindisi ci consegnano una storia che riconcilia col più puro spirito della serie, sostenuta da una buona dose di autorialità senza impantanarsi nel manierismo a cui i lettori si erano assuefatti.

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