Interstellar – Recensione in anteprima

Pubblicato il 6 Novembre 2014 alle 00:14

Una terribile piaga che attacca le coltivazioni sta rendendo la Terra inabitabile. Le forze armate sono obsolete e il mondo ha bisogno di agricoltori. Cooper, ex-pilota collaudatore, vive in una fattoria con i due figli ed il suocero e, nonostante tutto, continua a sognare le stelle. Quando un wormhole si apre nei pressi di Saturno, Cooper deve lasciare la sua famiglia ed unirsi ad una squadra di esploratori per intraprendere la missione più importante nella storia dell’umanità: scoprire se esiste un nuovo pianeta abitabile che possa salvare la razza umana dall’estinzione.

Interstellar

Spingersi oltre i confini dell’universo conosciuto, verso orizzonti ignoti, superando i limiti della specie umana in un viaggio che si rivela profondamente intimista. Un’ambizione enorme quella che Christopher Nolan riversa nel suo nuovo film. Il regista inglese, controverso e discusso fin che si vuole, si impone costantemente sfide sempre più ardite e l’enorme successo delle sue pellicole gli ha garantito una libertà autoriale che non ha probabilmente paragoni nell’industria dei blockbuster hollywoodiani.

Reduce dalla trilogia del Cavaliere Oscuro, intervallata dai bellissimi The Prestige ed Inception, Nolan si cimenta stavolta in una mastodontica avventura spaziale che si rivela la sua opera più citazionista e derivativa rifacendosi più volte (ed esplicitamente) a 2001 – Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Si tratta principalmente di una storia di padri e figli, il cui rapporto si evolve attraverso una suggestiva parabola spaziotemporale.

Fresco di premio Oscar, Matthew McConaughey si è recentemente fatto apprezzare nella miniserie tv True Detective nella quale imbastisce una serie di monologhi filosofici sull’universo, lo spazio, le stelle, le dimensioni e quant’altro. Nel ruolo di Cooper, l’attore texano sembra quasi voler andare a verificare tali teorie coi propri occhi salendo a bordo di una navicella e attraversando un passaggio infradimensionale verso mondi sconosciuti.

Deve quindi prendere la dolorosa decisione di abbandonare i suoi due figli, senza sapere quando e se li rivedrà, per cercare di dar loro un futuro. Jessica Chastain è la brillante figlia Murph col quale il protagonista instaura il rapporto più empatico. Il mistero che la circonda e che regge gran parte della storia diventa abbastanza prevedibile a metà film e il personaggio può vagamente ricordare Contact di Zemeckis. Il fratello Tom, interpretato da Casey Affleck è spinto nella storia in maniera più forzosa e sembra servire solo come imprevisto nelle dinamiche narrative che si svolgono sulla Terra durante la missione spaziale. Funzionale anche il bravo John Lithgow nel ruolo del suocero di Cooper che deve prendersi cura dei figli in sua assenza.

Tolto il costume attillato di Catwoman, Anne Hathaway torna a collaborare con Nolan indossando la tuta d’astronauta della dottoressa Brand. Il padre, interpretato da Michael Caine, al suo sesto film con il regista, è lo scienziato a capo del progetto. Il rapporto padre-figlia fa da contraltare a quello di Cooper con Murph con risvolti altamente drammatici. Da rivedere forse la storia sentimentale della Brand che resta perlopiù implicita, appena accennata, eppure gioca un ruolo determinante nel percorso narrativo del personaggio.

Nulla vi diremo sul ruolo di Matt Damon la cui comparsa darà una svolta thriller alla narrazione. Oltre agli altri due membri dell’equipaggio, David Gyasi e Wes Bentley, nel gruppo si distinguono due robot dalla forma monolitica e un’intelligenza artificiale stile HAL 9000, ancora a citare il capolavoro di Kubrick, e costituiscono l’unico diversivo comico del film, seppur nello stile moderato di Nolan.

Gli strumenti narrativi del regista sono sempre gli stessi. Un cast sontuoso con ottimo approfondimento dei personaggi, un contesto fortemente realistico, dialoghi didascalici ma sempre funzionali, sequenze action da mozzare il fiato, colpi di scena ben distribuiti, la colonna sonora evocativa dell’immancabile Hans Zimmer e, nonostante la complessità della materia trattata, una sceneggiatura più lineare rispetto ad alcune prove recenti seppur priva di intuizioni davvero geniali.

Accusato spesso di una certa sterilità sul piano emotivo del racconto, Nolan e il fratello co-sceneggiatore Jonathan, si spingono sul versante opposto ponendo come elemento cardine della storia l’amore in quanto forza che sfugge ai limiti dello spazio-tempo. Una scelta che potrà far storcere il naso agli amanti di una narrazione dal tono più pragmatico o cinico, tanto di moda in questo periodo.

Come di consueto, Nolan rifugge digitale e 3D ricorrendo alla più prosaica pellicola e al formato IMAX. Non raggiunge le vette e i virtuosismi di regia del Gravity di Cuaron ma imposta tutto sulla suggestione di spazi sconfinati, dalle immensità del cosmo a distese di ghiaccio o acqua. Laddove 2001 – Odissea nello spazio lasciava tutto ad immagini e mistero, qui non viene lasciato nulla di irrisolto cercando di spiegare anche l’inspiegabile. Nell’epilogo, forse, viene fatto il passo più lungo della gamba cercando di dare una sistemata piuttosto buonista a tutti gli archi narrativi.

Anche questo nono lungometraggio di Christopher Nolan farà discutere e sta già spaccando in due la critica in attesa del riscontro del pubblico. Quel che è certo è che il regista ha fatto il suo film, coerente a se stesso e al suo stile. Non sarà il capolavoro di fantascienza che molti si aspettavano ma si dimostra un prodotto d’intrattenimento solido, per tre ore che scivolano via senza annoiare, e un tentativo di portare avanti una fantascienza più matura rispetto a prodotti più facili e leggeri che può rivelarsi a tratti maldestro ma coraggioso. Scricchiola sotto il peso della sua ambizione ma non crolla.

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