E’ quasi ridondante quello che Ryan Murphy fa con Ratched, la nuova sua serie per Netflix in arrivo il 18 settembre incentrata sulle origini dell’iconico e indimenticabile personaggio dell’infermiera Mildred Ratched di Qualcuno volò sul nido del cuculo, creato sulla carta da Ken Kesey e interpretato al cinema da Louise Fletcher (che per il ruolo vinse l’Oscar) nel film omonimo del 1975 diretto da Miloš Forman.

Utilizzando ancora una volta la talentuosa (ma abusata) Sarah Paulson nei panni dell’iconico personaggio Murphy e lo storico collaboratore Ian Brennan insieme allo sceneggiatore Evan Romansky sembrano aver fatto il passo più lungo della gamba.

In Ratched sembra che Murphy & soci utilizzino come pretesto più che come vera necessità artistica un personaggio così complesso e iconico – parte della storia del cinema e della letteratura, per raccontare i temi a lui cari e presenti quasi sempre nei suoi lavori. Come l’omofobia, la paura del diverso, la discriminazione delle minoranze. A cui in questo caso si aggiunge quello delicatissimo delle malattie mentali.

In un’atmosfera horror che ricorda American Horror Story e in particolare la tanto apprezzata stagione “Asylum”, ambientata appunto in un manicomio, Murphy e Paulson, insieme ad un cast di tutto rispetto, indagano la volontà genuina di un medico (il Dr. Hanover) di fare del bene per le malattie mentali, ancora poco considerate e studiate rispetto a oggi, che però si contrappone ai metodi barbarici dovuti alle credenze del tempo e al suo bisogno di fama che derivi da queste “scoperte”.

Siamo a fine anni ’40 nella California del Nord, dove Mildred (Paulson) arriva per trovare lavoro in un importante ospedale psichiatrico, dove vengono realizzati nuovi ed inquietanti esperimenti sulla mente umana. In una missione clandestina, Mildred si presenta con l’immagine che un’infermiera perfetta dovrebbe avere, ma, man mano che riesce ad infiltrarsi sempre di più all’interno del sistema sanitario mentale, il suo aspetto elegante lascia spazio ad una realtà molto oscura, che dimostra che i mostri possono non solo nascere, ma anche essere creati.

Se Once Upon a Time ci ha insegnato che “evil isn’t born it’s made” Ratched sembra continuare e rinforzare questo credo. Malati mentali quindi si nasce o si diventa? Questa l’annosa domanda che gli otto episodi che compongono la prima (unica?) stagione sembrano voler inseguire.

C’è un utilizzo quasi spasmodico del colore verde, non solo per le foto promozionali, l’abbigliamento e l’automobile di Mildred che arriva a rinfrescare il grigiore della clinica mentale dove vorrebbe lavorare e del motel dove alloggia in quel della California. Ma in realtà il colore verde – rappresentativo dell’invidia-gelosia-disagio – si sposta da un personaggio all’altro, e viene indossato quasi a voler testimoniare il cambio di stato d’animo e l’evoluzione dei personaggi. C’è poi il verde meno acceso della clinica del Dr. Hanover, spento come l’atmosfera claustrofobica che vi si respira.

Tutto suona però, appunto, come un pretesto più che una vera necessità narrativa e artistica, rendendo ridondante l’importanza delle malattie mentali, della loro percezione da parte della medicina, della società. Se tutti questi temi sono importanti e analizzati in modo tanto delicato quanto inquietante, è la confezione alla continua ricerca della perfezione visiva che stona e forse andava un po’ “sporcata” e rende la suddetta analisi quasi “asettica” o viceversa eccessivamente (melo)drammatica.

Ancora una volta in Murphy la fanno da padrone (soprattutto nelle sue ultime opere) le figure femminili, qui facce di una stessa medaglia con interpretazioni di nomi noti come Cynthia Nixon (Gwendolyn Briggs), Judy Davis (Betsy Bucket), Sharon Stone (Lenore Osgood), insieme alla giovane Alice Englert (Dolly), Amanda Plummer (Louise) e la poliedrica Sophie Okonedo (Charlotte).

Accanto a loro vecchi e nuovi volti del Murphyverse come Finn Wittrock (Edmund Tolleson), Jon Jon Briones (Dr. Richard Hanover), Charlie Carver (Huck), Corey Stoll (Charles Wainwright) e Vincent D’Onofrio (Gov. George Wilburn).

Con Ratched insomma Murphy e Brennan sanno esattamente dove vogliono andare a parare (a parte forse il discutibile finale) ma nel farlo sembrano più interessati a ciò che vogliono raccontare che a come raccontarlo e a quali personaggi prendere come strumenti per farlo.

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