Coraggio. E’ questa la parola che mi viene in mente guardando Curon, la quinta serie originale Netflix prodotta dalla lungimirante Indiana Production.

Lungimirante non solo per il soggetto della storia raccontata, ma anche per la sua messa in scena, che alza l’asticella delle precedenti produzioni originali italiane della piattaforma, facendo finalmente centro al quinto tentativo.

Dopo 17 anni di assenza Anna (una piacevolmente ritrovata Valeria Bilello) torna nel paese natio, il Curon del titolo, una località in Trentino Alto-Adige realmente esistente e forse poco conosciuta ma suggestiva poiché testimonianza di scontri durante la Seconda Guerra Mondiale quando non era ancora italiana, una città di confine con l’Austria. Curon divenne famosa perché la costruzione di una diga inondò la valle costringendo il paesino a spostarsi su in montagna, lasciando come testimonianza della “città che fu” un campanile che emerge dalle acque del lago artificiale di Resia.

Questa premessa storica serve a presentare la suggestiva immagine che accompagna la promozione della serie: proprio quel campanile e quel lago scuro sembrano essere custodi di una terribile maledizione che grava sulla cittadina al centro del serial di Netflix. Le solite dicerie popolari o c’è del vero? Un racconto che mescola tematiche adulte e più prettamente adolescenziali e si dipana su più generazioni di Curon, che dovranno affrontare i fantasmi del proprio passato per poter andare avanti. Si diceva nella tradizione dell’opera greca che “le colpe dei padri ricadono sui figli” e questa serie non fa eccezione, raccordando le faide tra famiglie che da anni, forse secoli, inquinano Curon.

Anna non torna da sola, ma con i figli gemelli diciassettenni Daria e Mauro nell’hotel di famiglia gestito dal padre Thomas, anch’esso “maledetto”. Quali segreti custodisce l’hotel e la famiglia dei Raina in generale? Com’è morta la madre di Anna e che fine ha fatto il padre dei gemelli? Ci muoviamo così nel campo del thriller soprannaturale e il team di sceneggiatori composto da Ezio Abbate, Ivano Fachin, Giovanni Galassi e Tommaso Matano ha costruito una trama che si dipana su piani temporali diversi, permettendo allo spettatore di ricostruire a posteriori i pezzi del puzzle. Una storia che mescola temi e storie già viste con le peculiarità del luogo.

Ciò che sorprende, dicevamo, è la messa in scena, a cura dei registi Fabio Mollo (i primi quattro episodi) e Lyda Patitucci (gli altri tre). Il primo, lontano anni luce da Il Padre d’Italia, si muove fra inquadrature e riprese che esaltano l’atmosfera thriller, la seconda, esordiente alla regia con precedenti esperienze di assistente, fa altrettanto bene il proprio lavoro che porta all’epilogo della storia, non scontato sempre guardando al panorama generale seriale italiano. Anche il comparto sonoro e visivo della fotografia è qualche spanna sopra il resto della produzione Netflix e non può che far piacere.

Centrale nella serie è il tema del doppio, rappresentato prima di tutto dal rapporto fra Daria e Mauro, simbiotico e allo stesso tempo distanziante nel rapporto con Anna (come ricorda Mauro “io ero più vicino al cuore di mia madre nella pancia”). Un tema che ha illustri precedenti in filosofia come in letteratura e psicologia, qui forse più accennato che approfondito.

Curon si aggiunge alla lista delle cittadine seriali in cui non vorremmo mai vivere ma che allo stesso tempo hanno un fascino suggestivo e unico su di noi. Dopo Twin Peaks, Wayward Pines o Castle Rock – ma anche il The Village di Shyamalan – ecco entrare nell’immaginario comune anche questo paesino del Trentino con le sue peculiarità: la difficoltà della vita di montagna, tra il freddo e gli animali feroci nei boschi, l’inquietante campanile nel lago le cui campane suonano quando non dovrebbero farlo, il suo essere città di confine e quindi sede di due anime, che negli anni hanno faticato a trovare una convivenza pacifica, e non è detto ci siano completamente riuscite.

Curon è quindi una serie coraggiosa, forse più negli intenti che nella totale riuscita (qualche ingenuità e “esagerazione” nella scrittura e nella recitazione) ma finalmente una boccata d’aria fresca nel panorama italiano su Netflix, che fa ben sperare per le produzioni a venire.

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