Mentre il mondo andava letteralmente in brodo di giuggiole per The Last Dance e il racconto della vita e della carriera di Michael Jordan e dei suoi Chicago Bulls – trovate QUI la nostra recensione – una operazione simile avveniva in un campo decisamente più ristretto ma sicuramente altrettanto suggestivo ovvero quello del wrestling con Undertarker – The Last Ride.

La WWE infatti è riuscita a realizzare qualcosa di mai fatto in oltre tre decenni: seguire, fra il 2017 e il 2020, Undertaker al secolo Mark Calaway dentro ma soprattutto fuori dal ring e nel backstage cosa che il wrestler non aveva mai concesso di fare a nessuna crew televisiva.

Undertaker è il personaggio più rappresentativo della WWE, più di Hulk Hogan che pure sdoganò negli anni ’80 il wrestling e sicuramente più dei vari volti più o meno legittimi che nel corso degli anni sono stati giocoforza i volti della stessa WWE e di altre compagnie poi tramontate – esplicativa in questo senso la sequenza in cui al termine di Wrestlemania 13 alza la cintura di campione mentre sullo sfondo viene ammainato un cartello ineggiante la ECW, entrando di prepotenza nell’immaginario collettivo anche di coloro che questo sport intrattenimento lo seguono saltuariamente o l’hanno fatto in passato,

Il motivo è semplice. Undertaker non solo ha azzeccato una gimmick, cioè un personaggio che viene interpretato nel ring, quella del becchino, che ha bucato lo schermo sin dal suo esordio nel 1991 ma l’ha supportata costantemente con una etica del lavoro pazzesca basata su un assunto semplice: lavorare dentro e fuori dal ring di modo da offrire performance di alto livello che intrattenessero i fan.

Con il passare degli anni questa etica ferrea si è tradotta non solo nella stima e nel rapporto strettissimo con il capo della WWE Vince McMahon diventando vero e proprio “uomo azienda” ma anche con la streak, quella incredibile striscia di vittorie ininterrotte, nell’evento più importante della compagnia ovvero Wrestlemania.

Se si dovesse descrivere Mark Calaway con un aggettivo durante i primi episodi della docu-serie sarebbe sicuramente con “provato”.

Gli ultimi anni, e quindi gli ultimi match, della sua carriera infatti sono a stati a dir poco altalenanti complici anche i sempre maggiori problemi fisici che si sono andati sommando alle decine di infortuni e interventi chirurgici a cui si è sottoposto – basti vedere la faccia del medico all’elenco stilato poco prima di operarlo per la sostituzione del giunto di un’anca!

Undertaker si assume tutta la colpa di queste performance non di livello come il match a Wrestlemania 33 contro Roman Reigns, che avrebbe dovuto portarlo al ritiro, ripercorrendo parallelamente l’evoluzione del business e della compagnia attraverso il rapporto con altri due veterani e fedelissimi come Triple H e Shawn Michaels.

Non si tratta però solo di mostrare l’umanità di un personaggio costruito sull’invincibilità e di un atleta imponente ma in là con gli anni quanto invece evidenziare come ad ogni ritorno corrisponda un’incredibile sforzo fisico e mentale di Mark Calaway.

Contemporaneamente appare chiaro che il personaggio, l’atleta e l’uomo in 30 anni di carriera si sono compenetrati sempre più a fondo in un orizzonte che, in maniera senz’altro frustante soprattutto per i suoi cari, ha trovato la sua coordinata in una continua ricerca di sfide e nell’impossibilità di appendere definitivamente gli stivali al chiodo in termini soddisfacenti.

Il climax della docu-serie è senz’altro la decisione di entrare nel ring per un’ultima volta contro AJ Styles realizzando il Boneyard Match di Wrestlemania 36 di quest’anno che, per quanto possa non essere piaciuto per la sua eccessiva cinematicità, ha settato un nuovo standard per l’intrattenimento e grazie al quale Mark Calaway sembra essersi davvero deciso a mettere a riposare il personaggio di Undertaker come dichiara alla fine e di cui potete leggere i dettagli QUI.

Alla fine dei 5 episodi che compongono Undertarker – The Last Ride la sensazione è quella di aver perso non solo uno dei più grandi interpreti dello sport intrattenimento ma anche uno dei suoi più genuini ed influenti.

Non si tratta di uno sterile viaggio nei ricordi quanto di uno sguardo razionale sui sacrifici personali e professionali, fisici e mentali soprattutto, che Mark Calaway ha fatto per di questa industria e per cui è stato ricambiato con tantissima fama, tanti soldi, ma soprattutto con il rispetto dei fan e l’ammirazioni dei colleghi.

Una figura imponente non solo per la stazza fisica ma per la tempra etica e morale che Mark Calaway mostra con sguardo sempre più onesto arrivando lui stesso ancora prima che lo spettatore alla consapevolezza che la sua carriera è stata unica ed irripetibile e la sua eredità incommensurabile.

Undertaker non è il mio lottatore preferito, sicuramente è stato il mio personaggio preferito ma soprattutto è stato un performer di altissima caratura che nel corso della sua carriera sarebbe potuto scendere in qualsiasi ring e mettere in piedi match pazzeschi praticamente con chiunque. Con un misto di malinconia – ricordo ancora vivamente il suo esordio su Italia 1 con il commento di Dan Peterson – e soddisfazione saluto Mark Calaway che mi ha intrattenuto in oltre 30 anni prima in compagnia di mio padre davanti alla TV, poi da solo e infine con amici nuovi e ritrovati: rintocco di campane per un ultima volta, theme song e pugno alzato sulla rampa con spalle rivolte al ring perché si ritira una leggenda.

Considerazione generale: Undertarker – The Last Ride è un tributo all’ultimo pilastro della WWE e giunge forse in uno dei momenti più bui della compagnia sia in termini creativi che atletici. La speranza è che come avvenuto in passato – vedasi metà anni ’90 – vi sia una lenta ma inesorabile risalita.

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