Dopo aver avuto il privilegio immensamente apprezzato di potermi gustare in anteprima i primi 5 episodi di The Witcher, straordinaria serie originale Netflix (potete trovare qui la mia recensione in anteprima dei suddetti 5 episodi), ieri mi sono dedicata con altrettanto piacere alla visione delle tre puntate conclusive di questa promettente prima stagione di The Witcher, serie televisiva basata sui romanzi e i racconti che fanno parte della Saga di Geralt di Rivia di Andrzej Sapkowski.

E quale modo migliore di concludere questa prima, attesissima ed entusiasmante prima stagione, se non con una appassionante, drammatica e sanguinosa battaglia?

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Ancora una volta, sono presenti anche in queste puntate conclusive della prima stagione di The Witcher quelle che sono le tematiche che più stanno a cuore all’autore originale dell’opera, Andrzej Sapkowski: la rappresentazione attraverso l’utilizzo dei simboli e dell’ambientazione fantasy di una società crudele e spietata con coloro che sono “diversi”, la loro emarginazione, il loro sterminio da parte di chi li teme per propria ignoranza (il diverso quindi coincide con l’estraneo, e uno dei meccanismi più comuni di difesa degli esseri umani consiste proprio nel temere e, quindi, odiare, ciò che non si conosce).

Se la società è strutturata in una certa maniera, per chi si inserisce all’interno delle strette maglie di questo sistema ciò coincide inevitabilmente con il ritenere che esista una giustizia insita in quel sistema: la maggioranza decide cosa è meglio per se stessa, ma anche per le minoranze, le quali, non rientrando in questo artificioso meccanismo preconfezionato, vengono viste inevitabilmente come ostili.

Sarebbe davvero bello se questa cupa visione fosse solo un parto della fantasiosa mente di Andrzej Sapkowski, ma, ahimè, non è affatto così: l’autore vuole, attraverso la sua opera di fantasia, denunciare l’ipocrisia della società contemporanea che disprezza, repelle, rifiuta, non vuole comprendere ed emargina coloro che non vogliono sentircisi ingabbiati e, per questo, si rifiutano di sentirsi privati della propria libertà e del proprio individualismo.

Ma poiché la coerenza non è di questo mondo, il gregge defraudato di autocoscienza, raziocinio e individualità, che però si pone logicamente al vertice del sistema da esso stesso creato, non esita a correre con la coda fra le gambe dai reietti quando ha bisogno del loro intervento per affrontare, ancora una volta, qualcosa che non può e nemmeno vuole conoscere e comprendere.

Ma in questa melma oscura di dolore, rabbia, risentimento, emarginazione e solitudine che tormenta incessantemente creature come i martoriati Witcher, almeno una cosa è certa: individui come Gerald sono liberi di essere ciò che sono, senza timore di essere oggetto dei giudizi e dei pregiudizi di una società che, se è vero che li respinge, viene rifiutata con altrettanta forza da chi non ne fa parte per scelta, dunque, non solo della macchina, ma anche individuale.

Emblematica in tal senso la dichiarazione di Geralt quando viene tenuto prigioniero dagli Elfi: “Uccidimi pure, ma non chiamarmi umano“.

Ma perché gli Elfi, nonostante siano stati essi stessi emarginati, brutalizzati e decimati perché diversi, anziché aver tratto come Geralt insegnamento da queste loro vicissitudini si fanno invece portatori di quegli stessi pregiudizi di cui sono vittime?

Per farla breve, quando si subisce il pregiudizio fondamentalmente le reazioni che si possono avere sono due: comprensione di tutti coloro che lo subiscono, anche se appartenenti a categorie di individui diverse dalla propria, oppure farsi essi stessi carnefici.

Per fare un esempio concreto, pensate a come per secoli sono stati trattati i neri negli Stati Uniti d’America: portati via dalla loro terra natia con la forza, schiavizzati, emarginati, sfruttati, ancora oggi subiscono il peso del razzismo nei loro confronti, e mentre alcuni di loro cercano di combatterlo, altri si sono fatti a loro volta razzisti, per così dire, nei confronti dei bianchi che li sfruttano ed emarginano.

La presenza nell’opera di Andrzej Sapkowski di tematiche così complesse e delicate ci dimostra dunque quanto queste gli stiano a cuore e quanto profonda e matura sia la sua creazione, che viene rappresentata in maniera eccelsa e desolante nella serie The Witcher.

Detto questo, alla libertà di pensiero e di azione di Geralt, che non esita un solo istante a schierarsi dalla parte dei cosiddetti mostri contro i cosiddetti esseri umani, quando sa che queste creature diverse dal “normale”non possono nuocere (per via della propria esperienza personale sia come Witcher che come reietto), si contrappone la natura di altre persone che cercano di dimostrare di non avere paura affrontando pericoli in realtà inesistenti, massacrando senza alcun motivo razionale creature innocue il cui unico peccato è quello di avere un aspetto differente da quello ritenuto accettabile dalla maggioranza.

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