“Una maschera non ti permette di guarire. Le ferite hanno bisogno di aria.”

È davvero difficile trovare le parole per esprimere la sensazione di abbandono e allo stesso tempo di appagamento all’inizio dei titoli di coda dell’ultimo episodio di Watchmen, l’adattamento televisivo di Damon Lindelof per HBO del fumetto di Dave Gibbons e Alan Moore in onda in Italia su Sky Atlantic.

Un sequel a tutti gli effetti, in cui però ogni elemento viene spogliato, destrutturato e ricostruito a immagine e somiglianza del suo autore. Un seguito che rimescola sorprendentemente le carte in tavola con l’audacia che solo Ozymandias potrebbe avere.

Hooded Justice era nero, Dr. Manhattan ha scelto di essere un uomo di colore per poter stare vicino alla nipote di Hooded. Alla fine sono tutti imparentanti in questo serial perché i legami familiari, di sangue e non, sono quelli più interessanti se mescolati agli elementi soprannaturali del fantasy e dello sci-fi, dando un senso di “eredità” e di “seguito”.

Un antico adagio religioso diceva che le colpe dei padri ricadono sui figli; nella religione di Lindelof invece i figli hanno bisogno di prendere posizione dai genitori, volendo far meglio e più di loro nel mondo. Così vuole fare Lady Trieu discendente di Adrian Veidt – meravigliosa la scena iniziale dell’inseminazione e quella in cui ci viene svelato che Veidt è sempre stato sotto i nostri occhi, così come Dr. Manhattan – e così vorrebbe Angela.

È il finale di stagione – in realtà di serie, dato che è stata pensata come una Limited Series da Lindelof e soci – e quindi bisogna tirare le fila della storia, anche più di quanto ci si potesse aspettare da uno come lui. Davvero tutti i pezzi trovano un posto nel puzzle – il cinema e la pioggia di gamberi nel primo episodio, chi se li ricordava? – e alcuni spiegoni permettono anche a chi non ha mai letto il fumetto di apprezzare un po’ la visione. Ma non mancano i tanti riferimenti alla controparte cartacea in questo finale – la password di Veidt, Archie, la figura dell’edicolante, in questo caso di colore, per citarne solo alcuni.

Ritroviamo tutti e tutti si ritrovano – Laurie, Looking Glass, il Senatore – e i nodi vengono al pettine in un interessante parallelismo narrativo con ciò che accadeva nel fumetto (il countdown, il sacrificio del mondo per salvarlo, e così via).

Centrale in questo finale è la figura dell’eroe: la maschera, il suo significato, il suo obiettivo, le sua motivazioni. Perché essere eroi oggi? Eroi come Alessandro il Grande? Eroi come gli antichi Greci e Romani? Eroi come il super uomo americano moderno?

Altrettanto centrale è l’aspetto filosofico-musicale. E’ venuto prima l’uovo o la gallina? L’autore di Lost e The Leftovers riesce a dare un nuovo significato e significante a questa annosa domanda e a creare definitivamente una nuova iconologia per l’universo di Watchmen. E’ incredibile come la controparte televisiva era ciò che ci voleva rispetto a quella cinematografica in questo caso. Si potrebbero fare mille altre riflessioni su questo finale, che intona “I Am The Walrus” nelle ultime sequenze, ricordandoci forse che Lindelof non si prende troppo sul serio nonostante scavi a fondo nella psiche umana, ma le lasciamo a voi lettori e alla vostra interpretazione.

Il frame conclusivo di Watchmen è carico di significato e racchiude l’essenza di Lindelof: non vogliamo avere la riposta esatta, l’importante è fare la domanda giusta.

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