Già con lo scorso episodio Damon Lindelof aveva iniziato a unire i puntini, ma con la nuova puntata di Watchmen è incredibile la bravura dello showrunner a spiazzare ancora una volta pur promettendo (con il prologo dell’episodio) di spiegare le cose ai suoi spettatori. Niente di più falso: con quell’inquadratura finale, abbiamo più domande che risposte e bramosia che arrivi il prossimo episodio, e pochi autori possono permettersi di osare tanto.

Come il rivelatore This Extraordinary Being anche stavolta siamo messi di fronte a una origin story dal sapore fumettistico. Anzi un mix di origin stories. Dopo il racconto della “nascita” di Hooded Justice, tocca all’infazia della nipote Angela Abar, che viene non dimentichiamolo dal Vietnam, patria del successo (e della sfortuna) del Dr. Manhattan.

Utilizzando vari meccanismi narrativi, fra cui la fittizia telecronaca della “creazione” del Dr Manhattan, le storyline iniziano sempre più a collegarsi fra di loro. Anche Laurie Blake è sul punto di scoprire una verità importante, condita di autoironia sulle caratteristiche del sud rurale degli Stati Uniti. Ancora una volta, Lindelof dimostra grande rispetto per il materiale cartaceo di partenza, destrutturandolo e ampliandolo a propria immagine e somiglianza. Grazie allo stratagemma di Nostalgia – un appendice nel fumetto originale e in tv impregnata di nuovo significato e determinante per la storia che si vuole raccontare – il siero di Ozymandias per recuperare i ricordi delle persone care, con cui Angela è andata in overdose, quest’ultima confonde la propria memoria con quella del nonno, mostrando così al pubblico la propria infanzia e la morte dei propri genitori.

Come nel fumetto, un orologio continua il countdown, per opera della misteriosa signora vietnamita che aveva dato il figlio insperato alla coppia qualche episodio prima. Guarda caso la misteriosa Mrs. Trieu ha acquisito l’azienda dove opera e dove è racchiuso l’orologio dal (non più defunto, oramai lo sappiamo) Adrian Veidt e pare aver raccolto la sua eredità utopistica di salvare il mondo con mezzi poco ortodossi e pericolosi.

Proprio l’Ozymandias di Jeremy Irons non si capisce bene dove voglia andare a parare, con un finto processo che si burla delle arringhe e dei meccanismi legali, ma è tutto così perfettamente nella controparte televisiva del personaggio che glielo perdoniamo.

Trieu significa “dinastia” in vietnamita, e questo dice molto sul ruolo della Signora che rientra perfettamente nei panni di un narratore onnisciente e misterioso. Questo episodio è un gioco di storytelling, ognuno racconta la propria, al pubblico, agli altri personaggi, a se stesso, ma questo non significa che dica la verità. Molti dei protagonisti infatti mentono, oppure omettono alcune verità momentaneamente.

L’unico difetto dell’adattamento televisivo di Watchmen è proprio il suo essere tale, e quindi essere legata a doppio filo al fumetto, facendo meno presa per alcuni colpi di scena e trovate in chi non lo ha mai letto in vita propria. Ha però una struttura seriale molto solida e talmente serializzata, costringendo lo spettatore a fidelizzarsi e a tornare la settimana successiva per tentare di comprendere.

Chi è Dio e qual è il suo ruolo? Lindelof non dimentica le domande esistenziali a lui tanto care e le fa esprimere in questo caso ai suoi personaggi. Se già il “pericolo” del Superuomo era stato affrontato nel fumetto di Moore, qui la questione viene ampliata al ruolo dei supereroi mascherati (“Se hanno una maschera, hanno qualcosa da nascondere” dice il padre di Angela). La “soggezione” quasi religiosa del titolo dell’episodio è quella del Dr Manhattan, che fece vincere agli Usa la guerra in Vietnam, o anche quella di qualcun altro?

A proposito di menzogne, pare che molte persone ne abbiamo raccontate finora in questa serie tv. E che appagante sarà la prossima settimana avere altre domande che bramano… altre domande.

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